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Sabato 24 ottobre 2026
Cefalù

Cefalù tra Sturzo e i notabili: il sindaco Giardina e l’idea che una piccola città potesse amministrarsi con onestà

23 settembre · Redazione

Nel 1946 Cefalù votò per la prima volta da Repubblica e scelse come sindaco un medico. Si chiamava Giuseppe Giardina, era nato in città il 24 aprile 1899 e guidava la lista della Democrazia Cristiana, il partito che raccoglieva l’eredità del Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Non era un notabile nel senso classico. Era il primario dell’ospedale Giglio, un uomo che i cefaludesi conoscevano perché entrava nelle loro case quando qualcuno stava male, e che, secondo le testimonianze rimaste in paese, visitava gratuitamente chi non poteva pagare. Da quella fiducia, costruita letto dopo letto, nacque un’esperienza amministrativa che durò oltre quindici anni e che ancora oggi porta il suo nome sul lungomare della città.

Vale la pena raccontarla, perché è la dimostrazione concreta di una cosa che sembra teorica: la politica del servizio non è un’idea da manuale, ha funzionato davvero, anche in una piccola città siciliana del dopoguerra, con poche risorse e molti bisogni.

Un medico al municipio

L’Italia del 1946 usciva dalla guerra, la Sicilia era povera e Cefalù viveva ancora di pesca, di campagna e di poco altro. Il metodo dei notabili era già pronto a ricominciare: il voto in cambio della protezione, la pratica in cambio della fedeltà, il municipio come proprietà di poche famiglie. Giardina scelse un’altra strada, e la scelse perché veniva dalla stessa scuola di Sturzo: il comune come casa di tutti, l’amministratore come servitore, non come padrone.

Sotto la sua guida Cefalù costruì il lungomare, che lui volle con forza e che oggi porta il suo nome. Avviò la costruzione del porto. Acquisì il terreno per lo stadio Santa Barbara, e in paese si tramanda che fu lui stesso ad anticipare i soldi dell’acquisto in attesa che la burocrazia facesse il suo corso. Si costruì l’Istituto Artigianelli, per dare un mestiere ai ragazzi. E si aprì la porta al turismo: nel 1950 arrivò il Village Magique, la tendopoli voluta dall’editore della rivista francese Elle per le sue lettrici in vacanza, e nel 1957, nello stesso luogo, nacque il Club Méditerranée. Fu l’inizio di tutto quello che Cefalù è diventata dopo. Non fu un caso, e non fu un favore a nessuno: fu una scelta di sviluppo per l’intera città.

C’è un episodio che dice molto del suo modo di intendere il ruolo. Il primo marzo 1951 sette pescatori cefaludesi uscirono in mare con la bufera per salvare cinque colleghi palermitani in difficoltà, e ci riuscirono dopo ore di lotta con le onde. Il giorno dopo il sindaco Giardina e la giunta firmarono una delibera di encomio, con parole che parlavano di abnegazione e di umana solidarietà. Un’amministrazione che riconosce pubblicamente il coraggio dei suoi cittadini, invece di limitarsi a contare i voti, è un’amministrazione che sa cosa vuol dire comunità.

Il metodo di Giardina e i suoi allievi

Giardina non lavorò da solo e non pensò solo a sé. Nel 1952 chiamò accanto a sé un giovane studente universitario, Rosario Ilardo, e gli insegnò che la politica doveva essere radicata nella comunità, rispondere ai bisogni concreti delle persone e non alle convenienze di chi comanda. Ilardo fu eletto consigliere a ventidue anni e portò avanti quella impostazione per decenni. Formare chi viene dopo, invece di occupare il posto finché si può, è un’altra differenza tra chi serve e chi possiede.

Giardina rimase primario fino al 1964 e morì il 6 maggio 1965, colpito da una malattia. Chi lo ha conosciuto, o chi ha ascoltato i racconti dei nonni, parla ancora della sua umanità. Ma l’umanità, da sola, non spiega tutto. Quello che spiega il lungomare, il porto, lo stadio, l’Artigianelli e il Club Med è un metodo: usare il municipio per costruire cose che restano a tutti, invece di distribuire cose che servono a pochi.

Cosa è successo dopo

La parte più amara della storia la dicono i decenni successivi. Una pagina scritta sul lungomare stesso, in forma di dialogo immaginario con il vecchio sindaco, ricorda che l’errore non fu nel lungomare, ma in ciò che venne dopo: la mancanza di un vero sviluppo urbanistico, le fogne a cielo aperto sulla spiaggia, il cemento che coprì la sabbia. Sono le conseguenze tipiche di una politica che ha smesso di guardare alla città e ha cominciato a guardare ai singoli interessi, permesso dopo permesso, concessione dopo concessione.

Il confronto è impietoso. Con pochi mezzi e molta onestà, nel dopoguerra Cefalù si diede le infrastrutture che ancora usa e aprì la strada al turismo che ancora la mantiene. Con molti più mezzi e molta meno onestà, nei decenni successivi la stessa città ha faticato a gestire ciò che aveva ricevuto. La differenza non sta nei soldi. Sta nell’idea che si ha del municipio.

Giuseppe Giardina dimostrò che una piccola città siciliana poteva amministrarsi con onestà e crescere. Non serviva un miracolo, serviva un medico che considerava il comune un altro modo di curare la sua gente. Quel lungomare, ogni sera, ricorda a chi ci passeggia che la politica del servizio a Cefalù non è un’utopia. È già stata fatta.

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