Vicoli di Cefalù, da quartiere di mestieri a dormitorio per turisti: la storia che nessuno vuole raccontare
C’è una storia che le guide turistiche non raccontano e che nei depliant non trova spazio. È la storia dei vicoli di Cefalù, di chi li ha costruiti, di chi li ha abitati per secoli e di chi, in pochi anni, ha dovuto lasciarli. Una storia scomoda, perché non parla di re normanni e mosaici dorati, ma di gente comune. E perché chiama in causa tutti: chi ha venduto, chi ha comprato, chi ha amministrato e chi ha fatto finta di non vedere.
Una città costruita per lavorare e vivere insieme
Quando nel XII secolo Ruggero II volle la grande Cattedrale ai piedi della Rocca, la città prese la forma che conosciamo ancora oggi. Due assi principali paralleli e, ai lati, una trama fitta di strade strette che scendono verso il mare. Non era un capriccio estetico. Era un’organizzazione pensata per una comunità che viveva di mare e di lavoro manuale: percorsi brevi tra le case e la marina, vicoli riparati dal sole d’estate e dal vento d’inverno, abitazioni addossate l’una all’altra per sostenersi e proteggersi.
Per secoli i vicoli di Cefalù sono stati un unico grande laboratorio a cielo aperto. Al piano terra c’erano le botteghe e i magazzini: chi riparava le reti, chi lavorava il legno, chi batteva il ferro, chi cuciva, chi aggiustava scarpe. Le porte stavano aperte dall’alba, e la strada era il prolungamento della casa. Le donne scendevano al lavatoio medievale con le ceste dei panni, i pescatori tornavano dalla marina con le cassette sulle spalle, i ragazzi imparavano il mestiere guardando i padri. Ogni vicolo aveva i suoi rumori, i suoi odori, le sue voci. Ogni famiglia era conosciuta per nome e, soprattutto, per soprannome.
Hanno resistito a tutto, tranne che al mercato
Questi vicoli hanno attraversato pestilenze, carestie, dominazioni straniere, guerre. Hanno visto partire migliaia di cefaludesi verso le Americhe e il Nord Italia nel corso del Novecento, quando la fame spingeva le famiglie a cercare fortuna altrove. Eppure, anche nei decenni più duri dell’emigrazione, il centro storico non si è mai svuotato del tutto. Chi partiva lasciava un genitore, un fratello, una zia. La casa restava di famiglia, le chiavi passavano di mano in mano, la luce alla finestra la sera rimaneva accesa.
Quello che non sono riuscite a fare la miseria e l’emigrazione, lo ha fatto in pochi anni il mercato degli affitti brevi. Le case dei nonni, ereditate da figli e nipoti che ormai vivevano altrove, sono diventate un’occasione troppo ghiotta per essere lasciata chiusa. Una ristrutturazione, qualche foto ben fatta, un annuncio online, e il piano terra dove un tempo si riparavano le reti si è trasformato in un monolocale con aria condizionata e kit di cortesia. Porta dopo porta, i vicoli di Cefalù hanno cambiato funzione.
Il silenzio dove c’era la vita
Oggi chi cammina per via Costa e per le strade parallele a corso Ruggero trova un paesaggio curioso. Le pietre sono quelle di sempre, i balconi pure, la Rocca chiude ancora la prospettiva in fondo alla strada. Ma le botteghe sono sparite, le porte sono chiuse, accanto ai portoni ci sono le cassette con il codice per ritirare le chiavi. I panni stesi ai balconi spesso non sono di chi abita lì, ma lenzuola e asciugamani lavati tra un ospite e l’altro.
Di giorno i vicoli di Cefalù si riempiono di passi stranieri e del rumore delle valigie sul selciato. La sera si accendono finestre di persone che resteranno tre notti. D’inverno cala un silenzio che non ha niente di poetico: è il silenzio di un quartiere che non ha più abitanti fissi, dove nessuno saluta nessuno perché nessuno conosce nessuno.
È qui la storia che nessuno vuole raccontare. Perché raccontarla significa ammettere che lo svuotamento non è caduto dal cielo. È il risultato di scelte private, comprensibili una per una, ma che sommate hanno cancellato un tessuto sociale costruito in nove secoli. Ed è il risultato di un’assenza: quella di regole, di visione e di politiche capaci di proteggere la residenza mentre il turismo cresceva senza freni.
Una città che vende la sua immagine e perde se stessa
Il paradosso è evidente. Chi arriva a Cefalù cerca l’autenticità di un borgo siciliano, i vicoli stretti, la vita di paese, le voci dalle finestre. Trova la scenografia perfetta, ma senza attori. Dorme in una casa che fino a qualche anno fa era di una famiglia di pescatori e non lo saprà mai. Passeggia per un quartiere di mestieri e non incontra un solo artigiano al lavoro.
I vicoli di Cefalù sono diventati un dormitorio di lusso per visitatori di passaggio. Belli, curati, fotografati ogni giorno da migliaia di telefoni. Ma senza la gente che li ha resi ciò che sono, rischiano di trasformarsi in un guscio vuoto, un museo senza custodi.
Si può ancora invertire la rotta? Forse sì, ma serve il coraggio di dire le cose come stanno. Serve un’amministrazione che metta la residenza al centro delle sue scelte, proprietari disposti a pensare anche agli affitti per chi a Cefalù lavora e vive, incentivi per riportare botteghe e mestieri nel centro storico. Altrimenti, tra qualche anno, la storia dei vicoli di Cefalù si potrà raccontare solo al passato. E a raccontarla non ci sarà più nessuno che l’abbia vissuta.



