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Sabato 24 ottobre 2026
Cefalù

Le Madonie che si svuotano: paesi con più pensionati che bambini, e una classe politica che ha preferito il favore al futuro

25 settembre · Redazione

Ci sono paesi delle Madonie dove la scuola elementare ha una sola classe, dove il medico viene due volte a settimana e dove l’ultimo bar chiude alle otto perché non c’è più nessuno a cui servire un caffè. Non è una decadenza improvvisa. È una lenta emorragia che dura da decenni e che i numeri raccontano meglio delle parole. I ventuno comuni dell’area interna madonita, da Gangi a Polizzi Generosa, da Castelbuono a San Mauro Castelverde, contavano oltre 66 mila abitanti al censimento del 2011 e ne avevano già persi più di duemila cinque anni dopo. Le Alte Madonie, cioè sette comuni messi insieme, oggi arrivano a stento a 19 mila residenti. E il dato più grave riguarda i giovani: in tutta la Sicilia, tra il 2019 e il 2026, sono spariti quasi centomila residenti tra i 18 e i 35 anni. Nei paesi di montagna la percentuale è ancora più alta, perché chi parte per studiare non risulta nemmeno all’anagrafe.

Il risultato è un territorio dove i pensionati sono più dei bambini e dove ogni funerale pesa più di ogni nascita. Le proiezioni dicono che il Sud, da qui a fine secolo, potrebbe perdere milioni di abitanti, e che a pagare di più saranno proprio le aree interne. Le Madonie sono la fotografia perfetta di questo destino annunciato.

Non è colpa della montagna

Sarebbe comodo dare la colpa alla geografia. I paesi sono lontani, le strade sono strette, l’inverno è lungo. Ma le Madonie hanno avuto per secoli comunità vive, con artigiani, pastori, agricoltori, commercianti, feste e tradizioni che ancora oggi richiamano visitatori da tutta Europa. Non è la montagna che ha svuotato i paesi. È il modo in cui sono stati governati.

Per decenni la politica ha guardato a questi territori con un solo obiettivo: mantenere il consenso. E il consenso, quando non si crea lavoro vero, si compra con i favori. Il posto in un ente, l’incarico stagionale, il contributo a pioggia, la stabilizzazione promessa a ogni elezione. È un metodo che funziona per chi lo usa, perché lega le persone al voto, ma che non costruisce nulla. Non fa arrivare la ferrovia, non sistema le strade, non tiene aperto un ospedale, non attira un’impresa. Anzi, spesso fa il contrario: i soldi che potevano servire a un acquedotto finiscono in un ufficio che non serve a niente, e i giovani capiscono in fretta che qui il futuro dipende dalla conoscenza giusta e non dalle proprie capacità.

Lo hanno detto con chiarezza i ragazzi delle consulte giovanili madonite quando si sono riuniti per protestare contro lo spopolamento: se non arriva la ferrovia, se le strade non sono adeguate, se la sanità non è garantita, perché qualcuno dovrebbe restare? Non è una domanda retorica. È l’accusa più precisa che si possa rivolgere a una classe politica che ha preferito il favore al futuro.

Quando la comunità viene servita

Eppure la storia siciliana dimostra che quando i territori vengono amministrati come un bene comune e non come un serbatoio di voti, le cose cambiano. Don Luigi Sturzo lo aveva capito più di un secolo fa, proprio guardando ai paesi dell’interno: la salvezza dei piccoli comuni non viene dallo Stato che elargisce, ma dalle comunità che si organizzano, dalle cooperative, dalle casse rurali, dalle amministrazioni locali che rendono conto ai cittadini. Ogni volta che in Sicilia si è seguita questa strada, sono nate realtà che hanno resistito per generazioni. Ogni volta che si è scelta la strada del favore, sono nati enti che si sono svuotati insieme ai paesi.

Anche oggi, nelle Madonie, i segnali migliori vengono da chi lavora con questo spirito. Sette comuni delle Alte Madonie si sono messi insieme, senza aspettare che qualcuno decidesse per loro, e sono stati selezionati tra i pochi territori del Sud ammessi a un programma nazionale di rigenerazione demografica, superando decine di candidature concorrenti. A Castelbuono si è provato a portare lavoratori da remoto e nomadi digitali per dimostrare che si può vivere e lavorare in montagna. A Gangi un gruppo consiliare ha chiesto ai cittadini, con un sondaggio, cosa serve davvero per restare, e in poche ore ha ricevuto centinaia di risposte. Sono tentativi, non miracoli. Ma hanno una cosa in comune: partono dalla comunità e non dal favore.

La scelta che resta da fare

Le Madonie non hanno bisogno di altri contributi a pioggia né di altre promesse elettorali. Hanno bisogno di strade percorribili, di una sanità che non obblighi a scendere a valle per una visita, di scuole che restino aperte, di un’amministrazione che spenda per tutti e non per qualcuno. Sono cose semplici, e sono esattamente quelle che la politica del favore non ha mai saputo dare, perché non fruttano voti immediati.

Ogni ragazzo che lascia Petralia, Geraci o Collesano porta via con sé un pezzo di futuro che nessuna stabilizzazione potrà restituire. I paesi che si svuotano sono il conto finale di decenni di clientele. Riempirli di nuovo è possibile, ma solo con il metodo opposto: servire il territorio invece di usarlo.

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