Affitti alle stelle, parcheggi introvabili, negozi spariti: come vive chi abita in una città turistica siciliana
C’è stato un tempo in cui in Sicilia il turista era un ospite. Arrivava, veniva accolto, trovava una città che continuava a vivere la sua vita e che gli faceva spazio. Oggi in molte località dell’isola succede il contrario. È il residente a dover trovare spazio in una città organizzata attorno a chi viene da fuori. Chi ci abita tutto l’anno non è più il protagonista: è una presenza che deve adattarsi, spostarsi, aspettare che la stagione finisca.
Il primo problema è la casa. Nei centri storici delle città più visitate, da Cefalù a Taormina, da Ortigia al centro di Palermo, trovare un appartamento in affitto per tutto l’anno è diventato difficilissimo. Chi possiede un immobile guadagna molto di più affittandolo a settimane ai turisti che a mesi a una famiglia. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le case ci sono, ma non per chi vuole viverci. Una giovane coppia che cerca il primo appartamento, un insegnante trasferito, un lavoratore stagionale che ha bisogno di un letto vicino al posto di lavoro si sentono rispondere sempre la stessa cosa: disponibile da ottobre a maggio, poi bisogna liberare. E chi trova un contratto annuale lo paga a prezzi che pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili per un paese di provincia.
Così i centri storici cambiano volto. Dietro le porte dove vivevano famiglie conosciute da generazioni oggi ci sono cassette con il codice per le chiavi. Nei vicoli si sente il rumore dei trolley al posto delle voci dei vicini. Chi è rimasto racconta di palazzi dove d’inverno resta accesa una sola finestra. Gli altri si sono trasferiti nelle zone nuove, nelle frazioni, nei comuni vicini, e tornano nel centro della loro città quasi da visitatori.
Poi c’è la macchina. D’estate, per chi abita in una città turistica, uscire in auto è una scelta da pensare bene, perché al ritorno il posto non c’è più. Le strisce blu costano, i parcheggi sono pieni dalla mattina, le zone a traffico limitato si allargano. Il residente che torna dal lavoro alle sette di sera gira mezz’ora attorno a casa sua. Chi deve accompagnare un genitore anziano dal medico o portare la spesa a casa fa i conti con strade bloccate e divieti. Molti hanno imparato a organizzare la vita attorno a questo: la spesa si fa all’alba, le commissioni si rimandano a settembre, certi quartieri da giugno ad agosto si evitano e basta.
Anche i negozi raccontano la stessa storia. La merceria, il calzolaio, la ferramenta, la bottega di alimentari sotto casa hanno chiuso uno dopo l’altro. Al loro posto sono arrivati negozi di souvenir, gelaterie, locali per l’aperitivo, noleggi di monopattini. Sono attività che funzionano e danno lavoro, ma non servono a chi vive lì. Per comprare una lampadina o far riparare un paio di scarpe bisogna prendere la macchina e uscire dal centro. E quando arriva novembre molte di quelle saracinesche si abbassano, lasciando strade intere al buio per mesi. La città che d’estate scoppia, d’inverno si spegne.
I prezzi seguono la stessa logica. Il caffè al bar, la pizza, il pesce, l’ombrellone hanno listini pensati per chi resta una settimana e ha messo in conto di spendere. Chi vive lì dodici mesi all’anno, con uno stipendio siciliano, paga le stesse cifre. Molti residenti hanno smesso di frequentare i locali della loro piazza e la sera d’estate restano a casa o vanno altrove. Anche il mare è diventato un problema: le spiagge libere si riducono, quelle che restano sono affollate dal primo mattino, e chi è cresciuto facendo il bagno sotto casa oggi si sposta di chilometri per trovare un tratto di costa tranquillo.
C’è poi tutto quello che non si vede subito. La raccolta dei rifiuti che non regge il peso di una popolazione che d’estate si moltiplica. L’acqua che in certi periodi scarseggia proprio quando la richiesta è al massimo. Il pronto soccorso e la guardia medica con le file che si allungano. Il rumore fino a notte fonda sotto le finestre di chi alle sei si alza per andare a lavorare. Sono servizi pensati per il numero di abitanti dell’inverno, ma pagati tutto l’anno dai residenti con le loro tasse.
Sarebbe sbagliato dire che il turismo è il nemico. In Sicilia il turismo dà da mangiare a migliaia di famiglie, e spesso sono gli stessi residenti ad avere un bed and breakfast, un ristorante, un lavoro stagionale in albergo. Molti paesi senza i visitatori sarebbero già vuoti. Il punto è un altro: è l’equilibrio che si è rotto. Una città vive bene quando il turista si aggiunge alla vita di chi ci abita. Vive male quando la sostituisce. E in troppe località siciliane ormai le decisioni sugli orari, sugli spazi, sulle strade, sugli eventi vengono prese pensando prima a chi arriva e poi, se resta tempo, a chi c’è sempre stato.
Il cambiamento più profondo riguarda proprio il modo di sentirsi. L’ospitalità siciliana era un fatto di orgoglio: si accoglieva il forestiero perché si era padroni di casa. Oggi molti residenti raccontano una sensazione opposta, quella di essere di troppo. Di passare tra i tavolini della propria piazza chiedendo permesso. Di essere guardati come parte dello scenario, come una comparsa nella fotografia di qualcun altro. Chi vive in un luogo e non si sente più a casa prima o poi se ne va, e sono soprattutto i giovani a farlo.
Qui sta il paradosso. Il turista viene in Sicilia per trovare città vere, con la gente affacciata ai balconi, il mercato, i bambini che giocano in strada, il vecchio seduto davanti alla porta. Se i residenti se ne vanno, resta una scenografia: bella, ordinata, uguale a tante altre. Una città senza abitanti smette di essere interessante anche per chi la visita.
Altre località europee, davanti allo stesso problema, hanno provato a mettere regole: limiti agli affitti brevi nei centri storici, parcheggi riservati a chi abita, agevolazioni per le botteghe che restano aperte tutto l’anno, tassa di soggiorno spesa in servizi per i cittadini. Sono strade su cui si può discutere, ma partono tutte dalla stessa idea: una città appartiene prima di tutto a chi la abita. Anche in Sicilia è arrivato il momento di chiedersi per chi vogliamo che siano le nostre città, e di rimettere i residenti al centro. Solo chi si sente padrone di casa può tornare ad aprire la porta volentieri.
HO FINITO



