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Sabato 24 ottobre 2026
Cefalù

La politica è una scienza, ma in Sicilia oggi la fanno gli improvvisati

5 ottobre · Redazione

Nessuno si farebbe operare da un chirurgo che non ha mai studiato medicina. Nessuno salirebbe su un aereo guidato da chi non ha mai preso un brevetto. Eppure in Sicilia affidiamo città, bilanci, piani regolatori e servizi essenziali a persone che la politica non l’hanno mai studiata. La politica è una scienza: ha le sue regole, i suoi metodi, la sua storia. Si impara sui libri e si impara sul campo, con anni di gavetta. Oggi invece si arriva al governo di un Comune o di un assessorato con una manciata di preferenze e nessuna preparazione. E il conto lo pagano i cittadini.

Quando chi governava sapeva cosa stava facendo

La Sicilia uscita dalla seconda guerra mondiale era un’isola in macerie. Mancavano le strade, l’acqua, le scuole, il lavoro. Eppure in quegli anni nacque lo Statuto speciale, approvato nel maggio del 1946, prima ancora della Costituzione italiana. Lo scrissero giuristi, professori, uomini che conoscevano il diritto e l’economia. Avevano idee diverse, a volte opposte, ma parlavano la stessa lingua: quella della competenza. Si scontravano in aula e poi trovavano un accordo, perché sapevano che la politica è l’arte di mettere insieme interessi diversi per un fine comune.

Quella generazione aveva un maestro: Luigi Sturzo. Il sacerdote di Caltagirone, prima di fondare un partito, aveva studiato per anni i bilanci dei Comuni, le leggi sugli enti locali, i problemi dell’agricoltura. Fu amministratore della sua città per quindici anni e scrisse pagine di sociologia lette in tutta Europa. Per Sturzo chi entra in politica senza preparazione non è un ingenuo: è un pericolo. Perché chi non sa, prima o poi si affida a qualcuno che sa. E quel qualcuno quasi mai lavora per il bene comune.

Lo stesso valeva nei municipi. Giuseppe Giardina, sindaco di Cefalù dal 1946, era un medico, primario dell’ospedale. Portò in Comune il metodo della sua professione: prima la diagnosi, poi la cura. Capì che cosa serviva alla città e pose le basi di quella che sarebbe diventata una delle capitali del turismo siciliano. Non improvvisava. Programmava.

L’improvvisazione costa cara

Il politico di oggi, troppo spesso, non ha fatto nessuna scuola. I partiti che una volta formavano i giovani, li facevano crescere dal consiglio di quartiere fino al Parlamento, non esistono più. Al loro posto ci sono comitati elettorali che si accendono un mese prima del voto e si spengono il giorno dopo. Chi viene eletto non sa leggere un bilancio, non conosce le norme sugli appalti, non ha mai visto un piano urbanistico. E siccome non ha argomenti, alza la voce. La rissa prende il posto del dialogo perché per dialogare bisogna conoscere le cose. Per polemizzare basta un telefonino.

Così le sedute dei consigli comunali diventano scontri personali, i social si riempiono di accuse, e intanto le scelte vere vengono prese altrove. Perché il vuoto di competenza non resta mai vuoto. Lo riempiono gli affaristi, quelli che la materia la conoscono benissimo e sanno esattamente cosa chiedere a un amministratore impreparato. Arrivano con un progetto già pronto, promettono posti di lavoro e sviluppo, ottengono permessi, concessioni, varianti. Si presentano come imprenditori, ma lo sono solo per una stagione: il tempo di arricchirsi e andare via. Quando partono lasciano cantieri a metà, capannoni vuoti, coste rovinate e lavoratori a casa.

Un imprenditore vero resta, investe, rischia, lega il suo nome al territorio. La Sicilia del boom economico ne ha conosciuti tanti, e crescevano accanto a una politica capace di dare regole chiare e di farle rispettare. L’imprenditore di passaggio, invece, ha bisogno proprio di una politica debole, distratta, che firma senza capire.

Tornare a studiare per tornare a costruire

Non è questione di titoli di studio. Tra i grandi amministratori siciliani del dopoguerra c’erano professori e c’erano contadini. Ma tutti avevano fatto la stessa fatica: ascoltare, leggere, imparare, confrontarsi con chi ne sapeva di più. La politica del servizio parte da qui, dall’umiltà di prepararsi prima di decidere per gli altri. È questa politica che ha dato alla Sicilia l’autonomia, gli ospedali, le scuole, le strade. La politica dell’improvvisazione ha dato solo liti, occasioni perdute e città svendute.

Anche gli elettori hanno la loro parte. Finché il voto premia chi urla di più o chi promette il favore più vicino, gli improvvisati continueranno a vincere. Il giorno in cui si tornerà a chiedere a un candidato che cosa sa, che cosa ha studiato, che cosa ha già fatto, la Sicilia ricomincerà a costruire.

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