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Sabato 24 ottobre 2026
Cefalù

Dallo Statuto speciale alla polemica quotidiana: come è cambiata la classe politica siciliana

5 ottobre · Redazione

Il 15 maggio del 1946 la Sicilia ottenne qualcosa che nessun’altra regione d’Italia aveva: uno Statuto speciale, un’autonomia vera, con un proprio Parlamento e un proprio governo. L’Italia non era ancora una Repubblica, la Costituzione non era stata scritta, e l’isola aveva già la sua carta fondamentale. Ottant’anni dopo, quella stessa autonomia è nelle mani di una classe politica che riempie le giornate di comunicati, repliche e controrepliche. In mezzo c’è la storia di come la Sicilia è passata da chi scriveva le regole a chi commenta le notizie.

Pochi mesi per scrivere il futuro di un’isola

La Sicilia del 1945 era una terra affamata e divisa. Le città portavano i segni dei bombardamenti, nelle campagne i contadini occupavano i feudi, il movimento separatista chiedeva di staccare l’isola dall’Italia e raccoglieva folle nelle piazze. C’era il rischio concreto che tutto finisse nel sangue. In quel clima fu istituita la Consulta regionale, un’assemblea di uomini di partiti diversi: democristiani, comunisti, socialisti, liberali, azionisti. Avevano idee lontanissime tra loro sul futuro dell’Italia e sulla proprietà della terra. Eppure si sedettero attorno a un tavolo e in pochi mesi, entro il dicembre del 1945, consegnarono il testo dello Statuto.

Non fu un lavoro facile né pacifico. Si discusse su tutto: sui poteri della Regione, sulle tasse, sui rapporti con Roma. Ma si discusse sul merito, articolo per articolo. Enrico La Loggia, giurista agrigentino, si batté per l’articolo 38, quello che impegna lo Stato a versare ogni anno alla Sicilia un contributo di solidarietà per colmare il ritardo nelle opere pubbliche. Dietro quella norma c’era uno studio serio dei numeri, del reddito dei siciliani confrontato con quello del resto del Paese. Non era uno slogan: era un calcolo, messo nero su bianco perché nessun governo potesse dimenticarlo.

Nell’aprile del 1947 i siciliani elessero la loro prima Assemblea regionale, che si riunì a Palazzo dei Normanni. Il primo presidente della Regione fu Giuseppe Alessi (nella foto), avvocato di San Cataldo. Guidò un’isola che non aveva ancora uffici, funzionari, bilancio. Bisognava inventare tutto. Alessi visse più di cento anni e fino all’ultimo fu ricordato per la sobrietà: aveva governato la Sicilia e non si era arricchito. Per quella generazione il potere era un incarico da svolgere, non un patrimonio da accumulare.

Gli anni in cui l’autonomia produceva risultati

Nei primi quindici anni di vita la Regione fece cose che si vedono ancora. Approvò la riforma agraria, che spezzò il latifondo e diede la terra a migliaia di famiglie contadine. Aprì strade dove c’erano trazzere, portò la luce elettrica nei paesi dell’interno, costruì scuole, acquedotti, case popolari. Non tutto fu perfetto e gli errori non mancarono. Ma c’era un’idea di fondo condivisa da maggioranza e opposizione: l’autonomia serviva a recuperare il distacco dal Nord, e ogni legge andava misurata su quel traguardo.

In aula gli scontri erano duri. I verbali di quelle sedute raccontano discorsi lunghi, pieni di cifre, di riferimenti alle leggi, di proposte alternative. Chi era all’opposizione non si limitava a dire no: presentava un testo diverso. E spesso la legge finale nasceva dall’incontro tra le due versioni. Era una politica che considerava l’altro un interlocutore necessario, perché una regola votata da tutti dura più a lungo di una regola imposta da una parte sola.

Dalla legge al comunicato stampa

Poi qualcosa si è rotto. Poco alla volta l’autonomia ha smesso di essere uno strumento per costruire ed è diventata una macchina per distribuire: posti, incarichi, contributi, consulenze. Lo Statuto è rimasto lo stesso, ma chi lo usa è cambiato. Alla competenza si è sostituita la fedeltà, al progetto il pacchetto di voti. E quando il consenso si compra con il favore, non serve più convincere nessuno con gli argomenti.

Il risultato è la politica che vediamo ogni giorno. Un dirigente accusa, l’altro risponde entro un’ora, il terzo rilancia. La giornata passa così, tra una dichiarazione e una smentita. Le leggi di riforma restano per anni nei cassetti, i fondi europei tornano indietro perché non si riesce a spenderli, e l’articolo 38, quello conquistato con i numeri in mano, è da decenni una voce di cui si parla nei convegni più che nei bilanci. La polemica quotidiana ha un vantaggio enorme per chi la pratica: non richiede studio, non obbliga a scegliere, non lascia tracce. Dopo ventiquattro ore nessuno ricorda chi aveva ragione.

I padri dello Statuto avevano meno mezzi, meno soldi e problemi molto più gravi. Avevano però chiaro che la politica si giudica da ciò che resta: una strada, una scuola, una legge che funziona. La Sicilia di oggi ha lo stesso Statuto di allora e le stesse possibilità. Le manca una classe politica che torni a considerarlo per quello che è: non un privilegio da difendere a parole, ma un impegno da onorare con i fatti.

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