Giardina dialogava e costruiva, oggi si polemizza e si svende: due modi di governare una città siciliana
Ci sono due modi di governare una città. Il primo è sedersi attorno a un tavolo, ascoltare, decidere e poi realizzare. Il secondo è alzare la voce, cercare ogni giorno un colpevole e intanto cedere pezzo dopo pezzo quello che appartiene a tutti. La Sicilia li ha conosciuti entrambi. Il primo ha il volto di sindaci come Giuseppe Giardina, che guidò Cefalù dal 1946. Il secondo è quello che vediamo oggi in tanti municipi dell’isola.
Il sindaco che metteva le persone attorno a un progetto
Giardina era un medico, primario dell’ospedale, e lo rimase fino al 1964. Faceva il sindaco senza smettere di curare i malati. Quando prese in mano la città, Cefalù era un paese di pescatori e contadini uscito povero dalla guerra. Nessuno poteva immaginare che sarebbe diventata una meta conosciuta in mezza Europa. Lui cominciò dalle cose concrete. Volle il lungomare, che oggi porta il suo nome. Avviò la costruzione del porto. Fece acquistare il terreno per lo stadio Santa Barbara, e in paese si racconta ancora che anticipò di tasca sua i soldi in attesa che le carte facessero il loro giro. Nacque l’Istituto Artigianelli, per dare un mestiere ai ragazzi.
Poi arrivò la scelta che cambiò tutto. Nel 1950 sbarcò a Cefalù il Village Magique, una tendopoli voluta dall’editore di una rivista francese per le sue lettrici in vacanza. Sette anni dopo, nello stesso posto, aprì il Club Méditerranée. Una piccola città siciliana si mise a parlare con imprenditori stranieri, con una lingua e una mentalità diverse, e trovò un accordo che portò lavoro e fama per decenni. Fu possibile perché dall’altra parte del tavolo c’era un’amministrazione capace di ascoltare e di garantire. Quell’accordo non tolse nulla ai cittadini: aggiunse.
Il dialogo, per Giardina, valeva anche dentro la comunità. Nel marzo del 1951 sette pescatori cefaludesi uscirono in mare con la bufera per salvare cinque colleghi palermitani. Il giorno dopo il sindaco e la giunta firmarono una delibera di encomio. Un gesto semplice, che diceva una cosa precisa: il Comune sta dalla parte della sua gente e ne riconosce il valore. E l’anno seguente chiamò accanto a sé un giovane studente universitario, Rosario Ilardo, per insegnargli il mestiere dell’amministratore. Chi dialoga pensa anche a chi verrà dopo.
La polemica che non lascia niente
Oggi in molte città siciliane la scena è un’altra. Il sindaco attacca l’opposizione, l’opposizione attacca il sindaco, i sostenitori dell’uno e dell’altro si insultano sui social. Ogni problema diventa l’occasione per una nuova lite: la strada rotta è colpa di chi c’era prima, il servizio che non funziona è colpa della Regione, la critica di un cittadino è un attacco personale da respingere. Si spendono più energie a rispondere che a fare.
La polemica ha un effetto pratico che pochi notano. Mentre tutti guardano la rissa, nessuno guarda le delibere. Ed è lì che una città si svende. Si svende quando un tratto di costa viene dato in concessione per pochi euro e per molti anni. Quando un edificio pubblico viene ceduto perché il Comune non ha saputo trovargli un uso. Quando un servizio viene affidato all’esterno senza controlli e i cittadini pagano di più per avere di meno. Quando un terreno cambia destinazione per accontentare chi ha fretta di costruire e nessuna intenzione di restare.
Nessuna di queste scelte nasce da un confronto aperto. Nascono nel silenzio, coperte dal rumore. Il dialogo obbliga a spiegare le ragioni di una decisione davanti a tutti. La polemica permette di non spiegare nulla.
Quello che resta e quello che sparisce
La differenza tra i due modi di governare si misura con una domanda facile: che cosa resta? Di Giardina, morto il 6 maggio 1965, restano un lungomare, uno stadio, una scuola di mestieri, un porto cominciato e un’idea di città turistica che ancora oggi dà da vivere a migliaia di famiglie. Sono beni di tutti, che nessuno ha potuto portarsi via.
Di tante amministrazioni di oggi, in Sicilia, restano le rassegne stampa. E un elenco di cose che la città aveva e non ha più: uno spazio pubblico, un panorama libero, un servizio che funzionava. La politica del servizio aggiunge qualcosa al patrimonio comune e lo consegna a chi viene dopo. La politica della rissa consuma quello che ha trovato.
Giardina non era un uomo senza avversari. Ne aveva, come chiunque governi. Ma li considerava parte della città, non un ostacolo da eliminare. È questa la lezione che serve ai municipi siciliani: si può essere in disaccordo su tutto e costruire lo stesso, a patto di ricordare che la città non è di chi vince le elezioni. È di chi ci abita, e di chi ci abiterà.



