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Sabato 24 ottobre 2026
Cefalù

Politici impreparati, città in mano agli affaristi: il prezzo dell’improvvisazione in Sicilia

6 ottobre · Redazione

L’improvvisazione in politica ha un prezzo, e non lo paga chi improvvisa. Lo pagano i cittadini, in euro e in anni di vita. Lo pagano con le tasse comunali al massimo, con le bollette più care, con le opere cominciate e mai finite, con i servizi che spariscono. In Sicilia questo conto è sotto gli occhi di tutti, ma quasi nessuno lo collega alla sua vera causa: amministratori che non conoscono la materia e che per questo finiscono nelle mani di chi la conosce fin troppo bene.

Come lavora l’affarista

L’affarista non bussa alla porta con cattive intenzioni dichiarate. Si presenta bene, parla di rilancio, di occupazione, di occasione da non perdere. Porta con sé un progetto già scritto, un contratto già pronto, una delibera che manca solo della firma. All’amministratore preparato basta mezz’ora per capire dove sta l’inganno: una clausola che scarica i rischi sul Comune, una durata troppo lunga, un canone ridicolo, una penale che scatta solo da una parte. L’amministratore impreparato quella mezz’ora non sa come usarla. Vede solo il taglio del nastro e la fotografia sul giornale.

C’è poi una fretta che dovrebbe sempre insospettire. L’affarista ha bisogno che si decida subito, prima che qualcuno legga le carte, prima che in consiglio comunale si apra una discussione vera. Chi investe sul serio accetta i tempi del confronto, perché conta di restare vent’anni. Chi vuole solo incassare ha un orologio diverso: deve chiudere prima che cambi l’amministrazione o che qualcuno faccia i conti.

Il conto che arriva dopo

I conti, infatti, arrivano sempre. Arrivano sotto forma di cantieri fermi, e la Sicilia è da anni tra le regioni italiane con più opere pubbliche incompiute: palazzetti senza tetto, depuratori mai entrati in funzione, strade che finiscono nel nulla. Ognuna di quelle opere è costata denaro vero, e spesso costa ancora, tra perizie, contenziosi e messa in sicurezza.

Arrivano sotto forma di cause perse. Un contratto scritto male diventa, dopo qualche anno, una sentenza che condanna il Comune a risarcire. Nascono così molti dei debiti fuori bilancio che affondano i municipi siciliani. E quando i debiti superano le forze dell’ente scatta il dissesto, una condizione che in Sicilia riguarda decine di Comuni. Dissesto vuol dire una cosa semplice: tributi portati al livello più alto consentito, niente assunzioni, niente investimenti, servizi ridotti all’osso. Chi abita in un Comune in dissesto paga di più per avere di meno, e lo fa per colpe che non sono sue.

Arrivano, infine, sotto forma di occasioni perdute. Ogni anno che un’area resta bloccata da un progetto fallito è un anno in cui non può nascere altro. Ogni finanziamento sprecato in un’opera sbagliata è un finanziamento tolto a una scuola, a una rete idrica, a una strada. E intanto chi aveva promesso sviluppo è già altrove, con una nuova società e un nuovo progetto da proporre a un altro sindaco.

Quando il denaro pubblico era sacro

Luigi Sturzo, negli ultimi anni della sua vita, indicò tre «male bestie» che minacciavano la democrazia italiana. Una di queste era lo sperpero del denaro pubblico. Per lui i soldi di un Comune erano i soldi dei poveri, raccolti con fatica e da spendere con scrupolo. Ogni lira doveva avere una giustificazione, ogni spesa un controllo.

Gli amministratori siciliani del dopoguerra crebbero con quella idea. Avevano bilanci poverissimi e bisogni enormi, e proprio per questo non potevano permettersi errori. Prima di firmare leggevano, chiedevano pareri, discutevano in consiglio. Le opere di quegli anni, dagli acquedotti alle scuole di paese, furono costruite con pochi mezzi e sono in gran parte ancora lì. Chi le realizzò sapeva che un’opera pubblica deve durare più di chi la inaugura.

Quella cura aveva anche un effetto pratico: teneva lontani gli avventurieri. Davanti a un sindaco che conosce le norme e a un consiglio comunale che esamina gli atti, chi cerca il colpo facile cambia strada. Va dove trova porte aperte e nessuno che faccia domande.

Una difesa alla portata di tutti

La preparazione di chi governa è quindi la prima difesa di una città, più efficace di qualunque inchiesta che arrivi a danno compiuto. Ma esiste anche una difesa che spetta ai cittadini. Gli atti dei Comuni sono pubblici, le sedute dei consigli sono aperte, i bilanci si possono leggere. Una comunità che segue le delibere, che chiede conto di un contratto, che pretende di sapere chi c’è dietro una società, rende la vita difficile agli affaristi e più facile agli amministratori onesti.

Il prezzo dell’improvvisazione la Sicilia lo sta pagando da decenni. Smettere di pagarlo dipende da una scelta semplice e faticosa insieme: affidare le città a chi ha studiato per guidarle, e non perderle più di vista dopo il voto.

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