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Sabato 24 ottobre 2026
Cefalù

Imprenditori per una stagione: arrivano, si arricchiscono e scappano. Chi glielo permette in Sicilia?

6 ottobre · Redazione

In Sicilia li conosciamo bene. Arrivano con un nome nuovo sulla carta intestata e grandi parole sulla bocca: investimento, rilancio, centinaia di assunzioni. Per qualche tempo tutto sembra funzionare. Poi le assunzioni rallentano, gli stipendi arrivano in ritardo, i fornitori locali smettono di essere pagati. Un giorno i cancelli restano chiusi e di loro non c’è più traccia. Sono gli imprenditori per una stagione. Chiamarli imprenditori è già un regalo, perché l’impresa è un’altra cosa. La domanda vera, però, non riguarda loro. Riguarda chi li lascia fare.

Come si riconosce chi è venuto per restare

L’isola ha una lunga storia di impresa seria. Tra Ottocento e Novecento i Florio legarono il loro nome a Palermo, a Marsala, a Favignana: navi, vino, tonnare, migliaia di famiglie che vivevano di quel lavoro. Sbagliarono anche, e alla fine persero quasi tutto. Ma persero qui, senza scappare, e ancora oggi il loro nome è sulle bottiglie e sui palazzi. Dopo la guerra, negli anni della ricostruzione e del boom, tante famiglie siciliane hanno fatto lo stesso in piccolo: cantine, pastifici, aziende dolciarie, cantieri navali, alberghi. Aziende passate dai nonni ai nipoti, che hanno attraversato crisi e sono rimaste.

L’imprenditore vero si riconosce da poche cose. Mette soldi suoi, non solo quelli pubblici. Abita dove lavora, o almeno ci torna. Conosce i dipendenti per nome. Quando le cose vanno male stringe i denti prima di licenziare, perché sa che dovrà incontrare quelle persone in piazza la domenica.

L’imprenditore di stagione fa il contrario. Rischia denaro degli altri: contributi, agevolazioni, terreni avuti a poco prezzo. La società ha sede altrove e spesso è nata pochi mesi prima. Il guadagno non sta in quello che produce, ma in quello che incassa per essere arrivato. Finiti gli incentivi, finisce anche l’interesse.

Le porte che qualcuno tiene aperte

A permetterglielo è prima di tutto una politica che ha bisogno di annunci. Mille posti di lavoro promessi alla vigilia di un’elezione valgono più di cento posti veri creati in dieci anni. Chi governa pensando alla prossima scadenza elettorale accoglie chiunque porti una buona notizia da dare ai giornali e non si chiede cosa succederà dopo. Anzi, preferisce non chiederselo.

Glielo permette poi il modo in cui vengono distribuiti i soldi pubblici. Troppo spesso il contributo viene dato per aprire e non per durare. Non ci sono obblighi di restare per un certo numero di anni, o ci sono ma nessuno li fa valere. Non si chiedono garanzie da escutere se l’azienda chiude. Il denaro esce subito, le verifiche arrivano quando non c’è più nulla da recuperare.

Glielo permette, infine, l’assenza di controlli lungo la strada. Dopo il taglio del nastro nessuno torna a vedere quanti sono davvero gli assunti, se i macchinari promessi sono stati comprati, se i contributi ai lavoratori vengono versati. I segnali della fuga ci sono sempre, mesi prima. Basterebbe guardare.

La storia dell’area industriale di Termini Imerese lo racconta meglio di ogni discorso. La grande fabbrica di automobili ha chiuso nel 2011. Da allora si sono succeduti piani di rilancio, protocolli, annunci di nuovi investitori. Gli operai sono invecchiati in cassa integrazione aspettando una ripartenza che nessuno ha saputo garantire.

Quello che lasciano

Quando l’imprenditore di stagione parte, lascia un capannone vuoto che nessuno sa come riusare. Lascia lavoratori di cinquant’anni troppo giovani per la pensione e troppo vecchi per un mercato che non c’è. Lascia artigiani e piccoli fornitori del posto con fatture mai saldate, e qualcuno di loro chiude a sua volta. Lascia soprattutto una sfiducia che pesa su chi viene dopo: il prossimo che si presenterà con un progetto serio troverà una comunità che non crede più a nessuno.

C’è anche un danno che non si vede. Ogni euro pubblico finito a chi è scappato è un euro tolto alle imprese siciliane che resistono, pagano le tasse, assumono con fatica e non hanno mai ricevuto una visita ufficiale né un contributo.

Scegliere chi resta

La politica del servizio, quella che dopo la guerra accompagnò la crescita dell’isola, aveva un criterio semplice: aiutare chi mette radici. Vale ancora. Significa legare ogni aiuto a un impegno di durata, pretendere garanzie, controllare ogni anno, e sostenere per prime le aziende che sul territorio ci sono già. Significa anche, per i cittadini, smettere di applaudire gli annunci e cominciare a contare i fatti.

Gli imprenditori di una stagione ci saranno sempre. Vanno dove trovano qualcuno disposto a dare senza chiedere. La Sicilia deve soltanto smettere di essere quel posto.

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