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A19 Palermo-Catania: quasi 200 chilometri aperti tra il 1970 e il 1975. Oggi non basta una legislatura per riparare un viadotto

7 ottobre · Redazione

Chi percorre oggi l’autostrada tra Palermo e Catania lo sa bene: più che un viaggio è una prova di pazienza. Restringimenti, cambi di carreggiata, tratti a doppio senso di marcia, cartelli gialli uno dopo l’altro. Eppure quella strada, quando nacque, fu una delle opere più veloci e più ambiziose mai viste in Sicilia. Raccontare come fu fatta e come viene trattata oggi è il modo più semplice per misurare la distanza tra due modi di intendere la politica.

L’A19 parte da Palermo, costeggia il Tirreno fino a Buonfornello e poi piega verso l’interno. Sale tra le montagne, passa da Scillato e Tremonzelli, sfiora Resuttano, tocca Caltanissetta ed Enna e infine scende verso la piana di Catania. In tutto 191,6 chilometri, quasi duecento se si conta il raccordo che entra a Palermo. Non è una strada di pianura. Per farla servirono decine di viadotti e gallerie, in un territorio fatto di argille, frane e vallate profonde, tra i più difficili d’Italia per chi costruisce.

I primi due tratti, quelli alle estremità, furono aperti al traffico nel 1970: da Palermo a Buonfornello e da Motta Sant’Anastasia a Catania. Restava il pezzo centrale, il più duro, quello che attraversa il cuore dell’isola. Fu inaugurato nel 1975. Cinque anni per unire le due parti e consegnare ai siciliani un’autostrada intera, per giunta senza pedaggio. Con i mezzi di allora, senza computer, senza i macchinari di oggi.

Cinque anni per un’autostrada, cinque anni per un pilone

Adesso i numeri di oggi. Nell’aprile del 2015 una frana fece cedere un pilone del viadotto Himera, tra Scillato e Tremonzelli. L’autostrada fu chiusa e la Sicilia si ritrovò divisa in due, con gli automobilisti costretti ad arrampicarsi sulle strade di montagna e viaggi tra Palermo e Catania che arrivavano a sfiorare le cinque ore. Per rivedere quel viadotto ricostruito e riaperto si è dovuto aspettare l’estate del 2020. Più di cinque anni per poche centinaia di metri. Lo stesso tempo che mezzo secolo prima era bastato per completare l’intera opera.

Non è stato un caso isolato. Per demolire e ricostruire il viadotto Cannatello, all’altezza di Resuttano, la durata prevista dei lavori va dai cinque ai sette anni. Una legislatura regionale ne dura cinque. Significa che un presidente della Regione può essere eletto, governare, finire il mandato e andare a casa senza che quel viadotto sia tornato al suo posto.

Nel frattempo sull’autostrada si sono contati più di ventiquattro cantieri aperti nello stesso momento, tanto che è stato necessario nominare un commissario straordinario solo per coordinarli. E il motivo di tutti questi lavori insieme è forse il dato più amaro: per decenni, su quella strada, la manutenzione vera non è mai stata fatta. L’autostrada è rimasta com’era il giorno dell’inaugurazione, mentre il cemento invecchiava e il traffico aumentava.

Costruire è difficile, custodire lo è di più

Qui sta il punto. Chi volle l’A19 aveva una visione: togliere dall’isolamento l’interno della Sicilia e legare tra loro le due città più grandi. Era una classe politica che conosceva i problemi, sapeva spiegare a Roma perché quell’opera fosse necessaria e aveva la pazienza di seguirla dal primo progetto all’ultimo nastro tagliato. Preparazione, in fondo, vuol dire questo: sapere cosa serve, sapere come si ottiene, sapere quanto tempo ci vuole.

Chi è venuto dopo ha ricevuto in eredità un’opera già fatta. Bastava custodirla. Controllare i piloni, sistemare i giunti, intervenire quando il guasto era piccolo e costava poco. Non è stato fatto, perché la manutenzione non porta voti e non regala fotografie. Si è preferito aspettare l’emergenza, che invece porta conferenze stampa, sopralluoghi e promesse. È il modo di ragionare di chi fa politica senza averla studiata: non si programma nulla, si rincorre tutto.

La stessa storia, in piccolo, in ogni paese

Sarebbe comodo fermarsi qui e dare la colpa soltanto ai livelli più alti. Ma quello che succede sull’autostrada succede, in piccolo, in tantissimi comuni siciliani. La strada comunale che frana e resta transennata per anni. La condotta dell’acqua che perde e viene rattoppata invece che sostituita. La scuola chiusa per un tetto che si poteva riparare con poco. Dietro ognuna di queste storie ci sono un sindaco e una giunta che non hanno saputo leggere una perizia, preparare un progetto, chiedere un finanziamento nei tempi giusti. E che quasi mai lo ammettono, perché chi si improvvisa amministratore di solito è anche convinto di sapere già tutto.

Il prezzo lo conoscono bene le famiglie dei paesi dell’interno, proprio quelli che l’autostrada doveva avvicinare al resto del mondo. Se per andare a lavorare, a studiare o a curarsi servono ore di deviazioni, un giovane fa presto i suoi conti e sceglie di vivere altrove. L’A19 era nata per fermare quella fuga. Lasciata andare in rovina, finisce per accompagnarla.

Quella strada resta lì a ricordarci due cose. Che la Sicilia, quando è stata guidata da gente preparata, ha saputo fare in fretta e bene. E che un’opera, come un paese, non muore in un giorno: muore di incuria, un rinvio dopo l’altro, nelle mani di chi non sa cosa ha ricevuto.

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