Si improvvisano sindaci, i giovani fanno le valigie: il conto dell’impreparazione nei paesi siciliani
In sette anni la Sicilia ha perso 96.328 giovani. Nel 2019 i residenti tra i 18 e i 35 anni erano 1.036.709, nel 2026 sono scesi a 939.880. Quasi uno su dieci non c’è più. È come se dalla carta geografica fosse sparita una città intera, abitata soltanto da ragazzi. E il calo più pesante, in percentuale, riguarda le zone interne, con le province di Enna e Caltanissetta in testa: proprio i paesi piccoli, quelli dove ogni partenza si vede, perché lascia una casa chiusa e un banco vuoto.
Chi parte, molto spesso, è anche chi ha studiato di più. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha visto andare via 150 mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, in gran parte verso il Centro-Nord e in parte all’estero. Le famiglie siciliane fanno sacrifici per mantenere un figlio all’università e poi lo accompagnano all’aeroporto. E se nulla cambia, le previsioni dicono che entro il 2050 l’isola avrà 859 mila abitanti in meno rispetto ai 4 milioni e 797 mila del 2024.
Davanti a questi numeri la risposta più comune è allargare le braccia: manca il lavoro, è sempre stato così, la colpa è di Roma o dell’Europa. C’è del vero, ma è una risposta comoda. Perché una parte del problema nasce molto più vicino, dentro i municipi.
Cosa cerca un ragazzo per restare
Un giovane che decide se restare o partire non chiede miracoli. Guarda cose concrete. Se c’è un asilo dove un domani lasciare i figli. Se l’autobus per la città passa davvero. Se internet funziona abbastanza da poter lavorare da casa. Se esiste un’area dove aprire un’attività, uno sportello che risponde, un bando a cui partecipare. Se il medico c’è, se la strada è percorribile, se l’acqua arriva.
Quasi tutte queste cose passano dalla scrivania di un sindaco e di una giunta. Non creano posti di lavoro con una firma, ma decidono se un paese è un luogo dove si può vivere e investire oppure no. Un comune ben amministrato intercetta i fondi che esistono, e ne esistono tanti: regionali, statali, europei. Ma per prenderli bisogna saper scrivere un progetto, rispettare una scadenza, avere uffici che funzionano e idee chiare su cosa serve. È qui che l’impreparazione presenta il conto.
Il sindaco che non sa di non sapere
In troppi paesi siciliani si arriva alla guida del municipio senza nessuna formazione. La lista nasce a ridosso del voto, i nomi si scelgono per quanti parenti portano, gli assessorati si distribuiscono per accontentare tutti e non per competenza. Capita così che l’assessore al bilancio non abbia mai letto un bilancio e che quello ai lavori pubblici non sappia cosa sia un cronoprogramma.
Fin qui si potrebbe rimediare, perché amministrare si impara. Ma serve una dote che oggi è rarissima: l’umiltà di riconoscere i propri limiti. L’amministratore improvvisato, invece, di solito è anche sicuro di sé. Non chiede consiglio a chi ha esperienza, considera ogni critica un’offesa personale, risponde ai problemi con un post sui social. Intanto i finanziamenti tornano indietro non spesi, i progetti restano nei cassetti, i servizi si spengono uno alla volta. E a ogni occasione mancata corrisponde, qualche mese dopo, un altro ragazzo che compra un biglietto di sola andata.
C’è poi un danno che non entra nelle statistiche. Un giovane preparato che vede il proprio paese guidato da chi non lo è capisce subito una cosa: che lì il merito non conta. Che per ottenere qualcosa non serve essere bravi, serve essere amici di qualcuno. È questa, più ancora della mancanza di lavoro, la spinta che fa chiudere la valigia.
Un circolo che si può spezzare
Il meccanismo è crudele. Più giovani partono, meno persone capaci restano per impegnarsi nella vita pubblica. Meno persone capaci si candidano, più spazio c’è per gli improvvisati. E più gli improvvisati governano, più giovani partono. I paesi invecchiano, le scuole si accorpano, i negozi abbassano la saracinesca, e alla fine resta da amministrare solo il declino.
La Sicilia ha conosciuto un’altra politica. Nel dopoguerra, con molte meno risorse di oggi, ebbe amministratori che studiavano i problemi prima di affrontarli e che pensavano a opere destinate a durare decenni. Non erano santi, ma sapevano che governare è un mestiere serio e si comportavano di conseguenza.
Spezzare il circolo è possibile, e comincia dal voto. Chiedere a chi si candida cosa sa fare, cosa ha studiato, che progetto ha per trattenere i ragazzi del paese non è una scortesia: è il minimo. Finché sceglieremo il sindaco come si sceglie un compare, continueremo a salutare i nostri figli in una stazione o in un aeroporto, chiedendoci di chi sia la colpa.



