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Sabato 24 ottobre 2026
Sicilia

Un giudice siciliano patrono di tutti i magistrati d’Italia: perché la Chiesa ha scelto Livatino

8 ottobre · Redazione

Rosario Livatino è il patrono dei magistrati italiani. Lo ha stabilito il Dicastero per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti con un decreto del 7 ottobre 2026. Da oggi chi amministra la giustizia in Italia ha come protettore un giudice siciliano, nato a Canicattì e ucciso dalla mafia a 37 anni.

La scelta non è arrivata all’improvviso. A chiederla è stato un Comitato promotore, e i vescovi italiani hanno sostenuto la richiesta in tutte le fasi del percorso di discernimento e di approvazione. La Chiesa ha riconosciuto in Livatino un modello di riferimento e uno speciale intercessore per quanti ogni giorno lavorano nei tribunali.

Il perché lo spiega il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Livatino, dice, si è distinto come autentico uomo di legge e fedele servitore dello Stato. Nel suo lavoro ha saputo tenere insieme la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana, e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato dalla fede e dalla preghiera.

In queste parole c’è il cuore della decisione. Livatino non è stato scelto soltanto perché è morto per mano della mafia, ma per il modo in cui ha fatto il magistrato. Era un giudice rigoroso e preparato, che non cercava visibilità. Ed era un credente che non ha mai separato la fede dal lavoro. Sulle sue agende annotava tre lettere, S.T.D., che stanno per “sub tutela Dei”, sotto la protezione di Dio. Era il suo modo di affidare ogni giornata e ogni decisione a qualcosa di più grande di lui.

Per la Chiesa, quindi, Livatino dimostra che si può applicare la legge con fermezza senza perdere l’umanità. Giudicare, per lui, non era un esercizio di potere ma un servizio alla collettività. Dietro ogni fascicolo vedeva una persona. È questo equilibrio tra giustizia e carità che i vescovi indicano oggi come esempio a tutti i magistrati, credenti e non.

La sua storia è nota a ogni siciliano. Nato il 3 ottobre 1952 a Canicattì, in provincia di Agrigento, entrò giovanissimo in magistratura e lavorò al tribunale di Agrigento, occupandosi di inchieste su mafia e corruzione. La mattina del 21 settembre 1990 stava andando in tribunale con la sua auto, senza scorta, lungo la statale che collega Canicattì ad Agrigento. I sicari della Stidda lo raggiunsero e lo uccisero.

Tre anni dopo, nella Valle dei Templi, Giovanni Paolo II incontrò i suoi genitori e lo definì martire della giustizia e indirettamente della fede. Il 9 maggio 2021, nella cattedrale di Agrigento, Livatino è stato proclamato beato: la Chiesa ha riconosciuto che fu ucciso in odio alla fede. È il primo magistrato beato nella storia della Chiesa.

Il decreto del 7 ottobre aggiunge un nuovo capitolo. Quel giudice che percorreva da solo le strade dell’Agrigentino diventa il punto di riferimento spirituale di un’intera categoria, da Palermo a Milano. Per la Sicilia è un riconoscimento che pesa: la terra che ha visto cadere tanti servitori dello Stato consegna all’Italia non solo una vittima da ricordare, ma un esempio da seguire.

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