ULTIM'ORA
Sabato 24 ottobre 2026
Cefalù

La poltrona prima della gente: come si fa politica oggi in Sicilia e come si faceva ieri

9 ottobre · Redazione

In Sicilia la parola politica ha cambiato significato senza che quasi nessuno se ne accorgesse. Per chi la praticava nel dopoguerra voleva dire occuparsi dei problemi di tutti. Per molti di quelli che la praticano oggi vuol dire occupare un posto. Sembra una differenza di poco conto, e invece spiega buona parte di ciò che non funziona nei nostri comuni.

Basta guardare come si arriva, oggi, a fare il sindaco o l’assessore. Qualche mese prima del voto ci si conta. Si mettono insieme le famiglie più numerose, si sceglie un nome che non dia fastidio a nessuno, si promettono gli assessorati prima ancora di aver scritto una riga di programma. Del paese, dei suoi conti, dei suoi bisogni si parla poco o niente. Il traguardo è vincere. Cosa fare dopo, si vedrà.

E dopo, spesso, si vede poco. Perché chi è arrivato lì per la poltrona ha già ottenuto quello che cercava. Lo stipendio, la visibilità, il potere di decidere una nomina o un incarico, la possibilità di sistemare una pratica propria o di un parente, il trampolino per una candidatura più in alto. La carica non è lo strumento per fare qualcosa: è il risultato. E quando la carica è il risultato, il cittadino diventa un fastidio che si presenta in municipio a chiedere.

Quando la politica era un dovere

Non è sempre andata così, e non serve tornare troppo indietro per ricordarlo. Luigi Sturzo, prima di fondare un partito nazionale, guidò per quindici anni il comune di Caltagirone, dal 1905 al 1920. Era un sacerdote che aveva studiato a fondo l’economia, il diritto, l’amministrazione dei municipi. Sosteneva che il comune fosse il primo luogo in cui si misura la serietà di chi governa, perché lì i problemi hanno un nome e un cognome. Per lui la politica era una forma di carità: non un favore concesso a qualcuno, ma un servizio dovuto a tutti.

Qualche decennio dopo, a Cefalù, Giuseppe Giardina diventò sindaco nel 1946. Era un medico, primario dell’ospedale. Un mestiere ce l’aveva già, e anche una posizione. Non aveva bisogno del municipio per vivere né per farsi conoscere. Vi entrò portando ciò che sapeva e mise le basi di quella che sarebbe diventata una città turistica. È solo un esempio, ma dice molto di un’intera generazione di amministratori siciliani: persone che arrivavano alla politica dopo essersi formate, e che alla politica davano più di quanto prendessero.

Avevano in comune due cose. La prima era la preparazione: conoscevano la legge, i bilanci, la storia della loro terra. La seconda era un’idea chiara del perché si trovassero lì. Sapevano che esiste una cosa chiamata bene comune, cioè il bene che non appartiene a nessuno in particolare perché appartiene a tutti: l’acqua che arriva nelle case, la strada che collega, la scuola che resta aperta, il lavoro che permette di non partire.

L’ignoranza che non sa di esserlo

Oggi molti di quelli che siedono nelle giunte siciliane quella espressione non l’hanno mai incontrata. Non sanno cosa significhi fare politica perché nessuno glielo ha insegnato e perché non hanno sentito il bisogno di impararlo. I partiti, che una volta erano anche scuole, non formano più nessuno. Così in municipio entra chi ha i voti, non chi ha le idee.

All’ignoranza si aggiunge l’arroganza, e le due cose insieme fanno un danno enorme. Chi non sa e ne è consapevole chiede, ascolta, si circonda di persone capaci. Chi non sa e si crede bravo fa l’esatto contrario: allontana chi ne sa di più perché gli fa ombra, tratta gli uffici come cosa propria, scambia la critica per un attacco e il dissenso per un tradimento. Risponde alle domande dei cittadini con fastidio, come se rendere conto fosse una cortesia e non un obbligo.

Il prezzo lo paga chi resta

Le conseguenze si toccano con mano. Dove si governa per sé, le scelte non seguono i bisogni del paese ma la convenienza di chi decide. Si asfalta la via dove abita l’amico e si dimentica la contrada isolata. Si affida l’incarico a chi ha portato voti e non a chi sa lavorare. Si rimanda la decisione scomoda perché costerebbe consenso, anche se rimandarla costerà molto di più a tutti. I problemi veri restano lì, anno dopo anno, e passano in eredità alla giunta successiva, che di solito è fatta allo stesso modo.

A pagare è la gente comune. Chi non ha un santo in municipio, chi non può o non vuole chiedere favori, chi vorrebbe soltanto servizi che funzionano. Sono loro la maggioranza, eppure sono gli ultimi a essere ascoltati.

La Sicilia ha avuto amministratori che consideravano la carica un peso da portare con onore. Ricordarli non è nostalgia: è il metro con cui misurare chi oggi chiede il nostro voto. La domanda da fare a ogni candidato è una sola, ed è semplice: sei qui per noi o sei qui per te? Dalla risposta, e dalla nostra capacità di pretenderla sincera, dipende il futuro dei nostri paesi.

Leggi anche