Ignoranti e arroganti: il ritratto di tanti sindaci e assessori siciliani che non sanno cos’è il bene comune
Proviamo a fare un ritratto. Non di una persona precisa, ma di un tipo umano che in Sicilia si incontra ormai in tantissimi municipi, dal paese di mille abitanti alla città di mare piena di turisti. Chiunque viva nell’isola lo riconoscerà al primo sguardo.
È l’amministratore che il giorno dopo l’elezione cambia modo di camminare. Fino alla vigilia salutava tutti, stringeva mani, ascoltava. Poi indossa la fascia e scopre di avere fretta. Riceve solo su appuntamento, risponde al telefono a chi gli conviene, parla del Comune come di casa sua: il mio ufficio, i miei dipendenti, la mia piazza. Non ha mai letto per intero lo statuto del suo ente, non saprebbe spiegare la differenza tra una delibera e una determina, e quando in consiglio comunale si discute il bilancio guarda il segretario per capire come votare. Ma su ogni argomento ha un’opinione definitiva, e guai a contraddirlo.
Ignoranza, in questo caso, non è un insulto. È una constatazione. Vuol dire semplicemente non sapere. Non sapere come funziona la macchina che si è chiamati a guidare, non conoscere le leggi che la regolano, non avere idea di cosa abbiano fatto gli altri comuni davanti allo stesso problema. E soprattutto non sapere a cosa serve la politica. Perché a nessuno di loro è mai stato detto, o nessuno ha voluto sentirselo dire, che la politica esiste per una ragione sola: far stare meglio la comunità intera, a cominciare da chi ha meno voce.
Due parole mai sentite
Bene comune. Chiedete a un assessore qualunque di spiegarvelo e nella maggior parte dei casi otterrete una frase fatta. Eppure è un concetto semplice. È tutto ciò che non si può comprare da soli e che funziona soltanto se funziona per tutti: la strada, la scuola, l’acquedotto, la spiaggia pulita, la sicurezza, la possibilità di lavorare senza dover ringraziare qualcuno. Chi amministra ne è il custode, non il padrone.
Per chi arriva in municipio pensando alla poltrona, questa idea è quasi incomprensibile. Il suo ragionamento è un altro: ho vinto io, decido io, prima vengono i miei. I miei elettori, i miei amici, i miei interessi. C’è chi usa la carica per far crescere la propria attività, chi per sistemare un familiare, chi per preparare il salto verso un posto meglio pagato. Il paese è lo sfondo, non lo scopo.
L’arroganza come corazza
L’arroganza arriva subito dopo, ed è figlia diretta dell’ignoranza. Chi sa di non essere all’altezza e non vuole ammetterlo ha un solo modo per difendersi: alzare la voce. Così il cittadino che protesta diventa un nemico, il giornale che racconta un problema diventa un avversario politico, il tecnico che fa notare un errore viene messo da parte. Il dubbio è vissuto come una debolezza, la domanda come una provocazione.
Leonardo Sciascia, che i siciliani li conosceva bene, aveva diviso l’umanità in categorie e alle ultime aveva dato nomi rimasti celebri: gli ominicchi e i quaquaraquà. Gente piccola che si atteggia a grande, che fa rumore e non lascia traccia. Scriveva di un altro mondo e di un’altra epoca, ma chi oggi entra in certi palazzi comunali ha l’impressione che quelle pagine siano state scritte ieri.
Quelli che sapevano e restavano umili
Il confronto con chi c’era prima è impietoso. Giuseppe Alessi, avvocato di San Cataldo, nel 1947 divenne il primo presidente della Regione Siciliana. Aveva partecipato alla stesura dello Statuto, conosceva il diritto come pochi, e per tutta la sua lunghissima vita, durata più di cento anni, fu ricordato per la sobrietà con cui aveva attraversato il potere. Come lui, una generazione di sindaci, deputati e assessori usciti dalla guerra con le città da ricostruire e pochissimi mezzi a disposizione.
Quegli uomini avevano studiato, e proprio per questo sapevano quanto fosse difficile governare. La preparazione rende prudenti. Chi conosce davvero un problema sa che non ha soluzioni facili, ascolta chi la pensa diversamente, si prende il tempo per capire. È chi non sa nulla che è sempre sicuro di tutto. Per loro la carica era un peso e una responsabilità davanti ai concittadini. Dovevano rendere conto, e lo sapevano.
Lo specchio
Resta una domanda scomoda, e sarebbe disonesto evitarla. Questi amministratori non sono piovuti dal cielo. Qualcuno li ha votati. Spesso li abbiamo scelti noi, perché erano parenti, perché avevano promesso qualcosa, perché l’alternativa sembrava uguale. Un amministratore ignorante e arrogante è anche il risultato di elettori che non hanno chiesto nulla di meglio.
Il ritratto, allora, serve a questo: a imparare a riconoscerlo prima, in campagna elettorale, quando ancora sorride e stringe mani. Chi non sa spiegare cosa vuole fare per il paese, chi parla solo degli avversari, chi promette favori invece di servizi, ha già detto tutto di sé. La Sicilia ha avuto di meglio e può averlo ancora. Ma deve smettere di accontentarsi.



