Una volta in Sicilia si entrava in politica per servire. Oggi si entra per sistemarsi
In siciliano c’è un verbo che dice tutto: sistemarsi. Vuol dire trovare un posto sicuro, mettersi al riparo, non avere più pensieri. Lo si diceva del figlio che vinceva un concorso, della figlia che trovava un impiego stabile. Era una parola buona, piena di sollievo. Da qualche tempo, però, si usa anche per chi viene eletto. È entrato in giunta, si è sistemato. E in quel modo di dire, che nessuno trova più strano, c’è il racconto di come è cambiata la politica nell’isola.
Perché una carica pubblica, per sua natura, non dovrebbe sistemare nessuno. È un incarico a tempo, che i cittadini affidano e possono togliere. Chi lo riceve dovrebbe sentirsi in prestito, non arrivato. Invece per molti sindaci e assessori siciliani di oggi l’elezione è proprio un punto di arrivo: un’indennità ogni mese, un ruolo che dà importanza, una rete di conoscenze utili, la speranza di passare domani a un incarico più alto e meglio pagato. Il municipio diventa un ufficio di collocamento, e il primo collocato è chi lo guida.
Chi aveva un mestiere e chi cerca un posto
La differenza con il passato comincia da un dettaglio semplice: cosa faceva una persona prima di entrare in politica. Gli amministratori che ricostruirono la Sicilia dopo la guerra erano in gran parte medici, avvocati, insegnanti, artigiani, agricoltori. Avevano un lavoro, una reputazione costruita negli anni, una vita che non dipendeva dal voto. Alla politica prestavano il loro tempo e le loro competenze, e quando il mandato finiva tornavano a quello che facevano prima. Potevano permettersi di dire no, di scontentare qualcuno, di perdere un’elezione, perché perdere non significava restare senza niente.
Oggi capita spesso il contrario. In municipio arriva chi un mestiere solido non ce l’ha, o chi vede nella carica il modo più rapido per migliorare la propria condizione. E chi dipende dalla poltrona per vivere è disposto a tutto pur di non lasciarla. Non può scontentare nessuno, non può fare scelte coraggiose, non può dire la verità sui conti del Comune. Deve soltanto restare lì. Ogni decisione viene pesata con un’unica bilancia: mi fa guadagnare voti o me ne fa perdere?
Il professore che dormiva in convento
C’è un siciliano che più di tutti ha mostrato cosa significhi entrare in politica per servire. Giorgio La Pira era nato a Pozzallo, nel Ragusano, nel 1904. Diventò professore di diritto romano e poi sindaco di Firenze, una delle città più importanti d’Italia. Avrebbe potuto vivere da uomo potente. Abitava invece in una cella del convento di San Marco, senza possedere quasi nulla. Da sindaco si occupò di chi non aveva casa e degli operai che rischiavano di perdere il lavoro, convinto che un’amministrazione si giudichi da come tratta gli ultimi.
La Pira non era un ingenuo. Era un giurista finissimo, aveva partecipato alla scrittura della Costituzione, conosceva le leggi meglio di chi lo criticava. Proprio perché sapeva, poteva permettersi di essere libero. E proprio perché non cercava nulla per sé, nessuno poteva ricattarlo. Preparazione e disinteresse: erano queste le due gambe su cui camminava la politica intesa come servizio. Togli la prima e resta la buona volontà senza risultati. Togli la seconda e resta l’abilità al servizio di sé stessi. Oggi, in tanti comuni siciliani, mancano tutte e due.
Cosa perde un paese
Quando chi governa pensa a sistemarsi, il paese si ferma. Non per cattiveria, ma per logica. Un’opera pubblica seria richiede anni, e chi ragiona sulla prossima scadenza elettorale non ha interesse a cominciarla: il merito andrebbe a qualcun altro. Meglio la festa di piazza, il contributo all’associazione amica, il piccolo incarico distribuito con cura. Cose che si vedono subito e che creano riconoscenza.
Così i soldi pubblici si spendono in mille rivoli e le questioni vere restano dove sono. La rete idrica che perde, il depuratore che non funziona, il piano regolatore fermo da decenni, i giovani che partono. Nessuno le affronta perché affrontarle costa fatica, competenza e il rischio di sbagliare. E chi è lì per sistemarsi il rischio non lo corre.
C’è poi un danno più profondo. I ragazzi guardano e imparano. Vedono che la politica premia i furbi e non i capaci, e ne traggono due conclusioni possibili: tenersi alla larga oppure entrarci per lo stesso motivo. In un caso e nell’altro la comunità perde le sue energie migliori.
Servire o sistemarsi. Sono due verbi, ma dietro ci sono due modi opposti di guardare un paese: come un luogo da far crescere o come un’occasione da sfruttare. La Sicilia è stata governata da persone del primo tipo e ha visto strade, scuole, ospedali, leggi che ancora la reggono. Tornare a pretenderle non è un sogno. È il primo dovere di chi vota.



