Non sanno cos’è la politica ma pretendono di farla: l’arroganza che governa i comuni siciliani
Nessuno si metterebbe alla guida di un autobus pieno di gente senza avere la patente. Nessuno entrerebbe in sala operatoria senza aver studiato medicina. Eppure in Sicilia si prende ogni giorno la guida di un comune, con migliaia di persone a bordo, senza sapere nemmeno cosa sia la politica. E lo si fa con una sicurezza che lascia senza parole.
Partiamo dalla parola. Politica viene dal greco polis, la città. Per gli antichi era l’arte di vivere insieme, cioè il modo in cui una comunità decide cosa è giusto fare per tutti. Non c’entra il comando, non c’entra la vittoria. C’entra la capacità di mettere d’accordo interessi diversi, di scegliere tra bisogni che non si possono soddisfare tutti insieme, di pensare a chi verrà dopo. È un lavoro di pazienza, fatto di studio, di ascolto e di mediazione.
Tanti sindaci e assessori siciliani di oggi hanno in testa tutt’altro. Per loro fare politica significa vincere le elezioni e poi comandare. Chi ha preso più voti ha ragione, chi ne ha presi meno deve tacere. Il consiglio comunale è un fastidio da sbrigare in fretta, l’opposizione un gruppo di disturbatori, il cittadino che fa domande un seccatore mandato da qualcuno. Confondono il potere con l’autorità e il consenso con la competenza. Sono convinti che la fascia tricolore, insieme alla carica, consegni anche il sapere.
La pretesa di chi non ha mai imparato
Colpisce soprattutto la pretesa. Non il semplice fatto di non sapere, che è umano e si può correggere, ma la convinzione di non avere niente da imparare. Si vede dai piccoli gesti. L’amministratore che interrompe il tecnico comunale perché crede di conoscere la materia meglio di lui. Quello che annuncia un’opera sui social prima di aver verificato se ci sono i soldi. Quello che firma un atto senza leggerlo e poi dà la colpa agli uffici. Quello che alla critica risponde con l’elenco dei voti presi, come se i numeri di una sera valessero per cinque anni su ogni argomento.
Dietro c’è un’idea rozza della democrazia: mi hanno scelto, quindi faccio quello che voglio. Ma l’elezione non è un assegno in bianco. È un incarico preciso, con un fine preciso, che ha un nome: bene comune. Vuol dire che ogni decisione va presa guardando a tutta la comunità e non a una parte, e che chi decide deve poi spiegare perché. Chi non conosce questo limite non sta facendo politica. Sta esercitando un potere, che è una cosa diversa e molto più pericolosa.
Lo statista che non smise mai di studiare
Il confronto con il passato non riguarda solo la Sicilia, ma la Sicilia ne è stata protagonista. Gli uomini che nel dopoguerra scrissero lo Statuto dell’isola e sedettero nelle prime giunte regionali e comunali appartenevano a una generazione che considerava lo studio la premessa di ogni impegno pubblico. La stessa generazione di Aldo Moro, che fu più volte capo del governo e non lasciò mai la cattedra universitaria. Continuò a fare lezione ai suoi studenti fino alla fine, anche quando aveva sulle spalle le responsabilità più pesanti del Paese. Era famoso per la pazienza con cui ascoltava tutti, avversari compresi, e per la convinzione che in politica nessuno possieda da solo la verità.
Ecco il punto. Chi sapeva moltissimo ascoltava. Chi oggi sa pochissimo parla sopra gli altri. L’umiltà era figlia della preparazione, perché solo chi ha studiato un problema ne conosce la complessità. L’arroganza è figlia del vuoto, perché a chi non sa niente tutto sembra facile.
Un paese governato dalla presunzione
Gli effetti si misurano nella vita di ogni giorno. Un’amministrazione arrogante sbaglia più delle altre, perché non accetta consigli e non torna mai sui propri passi. Ammettere un errore è vissuto come una sconfitta, e allora si va avanti anche quando è evidente che la strada è sbagliata. Si perdono anni dietro a progetti nati male. Si rompono i rapporti con i comuni vicini, con cui bisognerebbe invece collaborare. Si allontanano i dipendenti più capaci, sostituiti da chi dice sempre di sì.
E si rompe qualcosa anche tra la gente. Quando chi governa tratta i cittadini come sudditi, i cittadini smettono di partecipare. Non vanno più alle assemblee, non segnalano i problemi, non si candidano. Restano in campo soltanto quelli che hanno qualcosa da chiedere per sé. Il paese si svuota prima di idee e poi di persone.
La politica è una cosa seria e difficile, che si impara in una vita e non in una campagna elettorale. Chi pretende di farla senza conoscerla non offende soltanto il ricordo di chi l’ha onorata. Mette a rischio il futuro di tutti quelli che gli sono stati affidati.



