Bene comune, due parole che in tanti municipi siciliani nessuno ha mai studiato
Si sentono in ogni comizio. Bene comune. Le pronuncia il candidato dal palco, le scrive nel programma, le ripete il giorno dell’insediamento con la mano sul cuore. Poi spariscono. Per cinque anni, in tanti municipi siciliani, nessuno le usa più, e soprattutto nessuno le mette in pratica. Il motivo è semplice: chi le ha pronunciate non ha mai saputo davvero cosa volessero dire.
Eppure non sono parole vaghe. Hanno una storia lunga e un significato preciso. Bene comune non è la somma dei beni di ciascuno, e non è nemmeno il bene della maggioranza che ha vinto. È l’insieme delle condizioni che permettono a tutti, nessuno escluso, di vivere dignitosamente: l’acqua nelle case, una strada sicura, una scuola vicina, un ospedale raggiungibile, un territorio non devastato, regole uguali per chiunque. Sono cose che nessuno può procurarsi da solo e che esistono soltanto se qualcuno le cura a nome di tutti.
La nostra Costituzione lo dice a modo suo. Chiede a chi ricopre funzioni pubbliche di esercitarle con disciplina e onore, e pretende che l’amministrazione sia imparziale. Imparziale vuol dire che il sindaco è sindaco anche di chi non lo ha votato, e che l’assessore non ha amici e nemici ma soltanto cittadini.
Il contrario del bene comune è il favore
Per capire cosa sia il bene comune conviene guardare il suo opposto, che in Sicilia conosciamo benissimo: il favore. Il favore è un bene dato a uno solo, in cambio di qualcosa. La strada asfaltata davanti a una casa precisa. Il posto di lavoro stagionale promesso a una famiglia. La pratica che scavalca le altre. A chi lo riceve sembra una fortuna. In realtà è un furto fatto a tutti gli altri, e alla lunga anche a lui, perché un paese governato a favori non avrà mai i servizi che spettano di diritto.
Molti amministratori di oggi non vedono la differenza. Sono cresciuti in un sistema dove la politica è sempre stata questo, e quando arrivano in municipio continuano nello stesso modo, convinti in buona fede di fare del bene. Distribuiscono, accontentano, sistemano. Non hanno mai studiato un’altra maniera di governare, e a chi gliela indica rispondono che così va il mondo.
La scuola media di padre Puglisi
Un’altra maniera esiste, e un siciliano l’ha mostrata fino a pagarla con la vita. Padre Pino Puglisi era il parroco di Brancaccio, quartiere difficile di Palermo. Non era un politico, ma faceva ciò che la politica avrebbe dovuto fare. Per anni chiese alle istituzioni una cosa semplicissima: una scuola media per i ragazzi del quartiere, che non l’avevano. Non la chiedeva per qualcuno in particolare. La chiedeva per tutti, come un diritto. E insegnava alla sua gente proprio questo: a non domandare per favore ciò che spetta per legge.
Fu ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. La scuola arrivò anni dopo la sua morte. In quella vicenda c’è l’intera lezione sul bene comune: un uomo preparato, senza alcun interesse personale, che pretende un servizio per la comunità, e dall’altra parte un potere che per mantenersi ha bisogno di gente che continui a chiedere favori.
Cosa cambierebbe se lo si studiasse
Se queste due parole fossero prese sul serio, il lavoro di una giunta cambierebbe faccia. Davanti a ogni decisione ci si farebbe una sola domanda: a chi serve? Se la risposta è a tutti, o a chi ha più bisogno, si procede. Se la risposta è a qualcuno che conosco, ci si ferma. Sembra poco, ed è una rivoluzione.
Gli amministratori che ricostruirono la Sicilia nel dopoguerra questa domanda se la facevano. Molti venivano da scuole di formazione politica, da associazioni e partiti dove il bene comune si studiava sui libri prima di cercarlo nei fatti. Sapevano che un acquedotto vale più di cento favori, perché l’acqua arriva anche a chi non ti ha votato e ci arriverà quando tu non sarai più sindaco.
Oggi quelle scuole non ci sono più, e si vede. Ma studiare resta possibile, e resta un dovere per chi chiede di governare. Agli elettori spetta l’altra metà del compito: smettere di chiedere il favore e cominciare a pretendere il servizio. Finché busseremo alla porta del sindaco per avere qualcosa solo per noi, avremo sindaci che non sanno cos’è il bene comune. E non avranno alcun motivo per impararlo.



