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Sabato 24 ottobre 2026
Cefalù

Cefalù piange don Paolo Iovino: il prete che ha insegnato ad amare la Parola di Dio

10 ottobre · Mario Macaluso

Cefalù piange don Paolo Iovino. Se n’è andato a 87 anni un prete che ha passato la vita tra le pagine della Scrittura, in mezzo ai ragazzi e al capezzale di chi soffriva. Con lui se ne va un uomo che a ventidue anni pianse di gioia davanti al suo vescovo e che da quel giorno non ha più smesso di voler bene alla sua gente.

Era nato ad Alia il primo settembre del 1939, e ad Alia era cresciuto, nel cuore dell’entroterra palermitano. Da lì, ancora ragazzo, era partito per entrare in seminario a Cefalù, lasciando la casa, il paese, sua madre. Quella strada dalle colline al mare l’ha portato lontano: prima a Strasburgo, poi sull’altare il 29 aprile 1962, infine nelle aule della Facoltà Teologica di Sicilia, a Palermo, dove per tanti anni ha insegnato Sacra Scrittura. Molti dei preti che oggi celebrano messa nelle chiese dell’isola hanno imparato da lui ad aprire la Bibbia.

Ma la vita di don Paolo Iovino non si racconta con le date e con gli incarichi. Si racconta con una consegna ricevuta proprio quel giorno di aprile. Il suo vescovo gli chiese di amare la Parola di Dio e di farne il pane del suo sacerdozio. Lui disse di sì, e per sessantaquattro anni non ha mai ritirato quella parola.

Dal paese al seminario di Cefalù

Il ragazzo arrivato da Alia in seminario trovò presto la sua misura. Capì subito che un prete si regge sulla preghiera e sullo studio, e che non si diventa uomini di Dio da soli, ma imparando a vivere insieme agli altri. Aspettava i giorni di ritiro come si aspetta una festa, perché in quel silenzio ritrovava se stesso e cominciava a intravedere cosa Dio volesse da lui. Il suo padre spirituale gli suggerì di tenere un diario, per continuare a parlare con il Signore anche sulla carta. Lui cominciò a scriverlo allora e a quel diario è rimasto fedele per tutta la vita.

Ma era anche un ragazzo come tutti gli altri. Da anziano raccontava volentieri le passeggiate, le recite, i tornei, le gare di pattini a rotelle, le partite di basket. E quelle di calcio, giocate con tutto il fiato che aveva, perfino contro la squadra del Cefalù.

Le lacrime del giorno più bello

Fu il vescovo Emiliano Cagnoni a vedere in lui qualcosa di speciale. Lo mandò a Strasburgo, ancora diacono, a studiare la Bibbia. E gli confidò il perché: erano gli studi che lui stesso, da giovane, aveva sognato e che non gli era stato permesso di fare. In quel ragazzo di Alia il vecchio vescovo vedeva compiersi un desiderio rimasto chiuso in un cassetto per una vita intera.

Del giorno dell’ordinazione don Paolo parlava ancora, molti anni dopo, come di una cosa accaduta il giorno prima. Gli era rimasto negli occhi il volto di Cagnoni, che lo guardava come un padre guarda un figlio. Gli era rimasta la commozione dei suoi, e più di tutte quella di sua madre. C’erano i compagni di seminario, c’erano due amici dell’Università di Strasburgo che avevano fatto un lungo viaggio pur di non lasciarlo solo in quel momento. E c’era lui, giovane prete accanto al suo vescovo per la prima messa celebrata insieme, con il cuore in gola. Non si vergognava di dirlo: quel giorno pianse.

Il vescovo gli chiese soltanto di studiare bene la Scrittura, per poterla un giorno spiegare a chi sarebbe diventato prete dopo di lui. Don Paolo non lo visse come un incarico da svolgere. Sentì che in quelle parole c’era il suo vero nome, quello che dava un senso a tutto il resto.

I suoi ragazzi e i bambini dei pescatori

Quando gli domandarono quali fossero stati i momenti più belli del suo sacerdozio, don Paolo Iovino non parlò di cattedre né di libri. Parlò di volti. Quelli dei confratelli con cui, da giovane, aveva sognato un modo nuovo di stare in mezzo alla gente: gli incontri con i giovani della Diocesi, le settimane dedicate alla Bibbia nelle parrocchie, le prediche di Quaresima.

E parlò dei suoi ragazzi, gli scout di Cefalù, un gruppo che da lì arrivò fino a Castelbuono e ad altri paesi della Diocesi. Bambini, ragazzi e ragazze che voleva veder crescere liberi, completi, capaci di spendersi per gli altri. Il sabato sera si ritrovavano per preparare insieme la messa della domenica, ed era il momento a cui teneva di più. Ma la messa, per lui, non finiva in chiesa. Da lì ciascuno partiva verso qualcuno: chi andava a fare catechismo, chi a tenere compagnia agli anziani e ai malati, chi ad aiutare con i compiti i bambini del villaggio dei pescatori.

Poi venne l’insegnamento alla Facoltà Teologica, che anno dopo anno gli chiese sempre di più. Lì ha mantenuto la promessa fatta al suo vescovo. E anche da professore è rimasto quello di sempre: convinto che la Bibbia non si possa studiare da lontano, come un oggetto, perché è lei a leggere dentro chi la apre. Per lui lo studio vero finiva sempre in ginocchio.

Gli anni del silenzio

Poi, agli inizi degli anni Novanta, don Paolo si fermò. Lasciò ogni attività pastorale e scelse di restare accanto a chi soffriva in casa sua: prima lo zio, padre Damiano, poi sua madre. La donna che aveva visto partire il figlio per il seminario e piangere di gioia il giorno dell’ordinazione, ora era lui a vegliarla. Non ne ha mai parlato come di un sacrificio. Diceva che non era stata una decisione sua, ma di Dio, che lo chiamava a imparare nel silenzio la lezione più difficile, quella del dolore. Dopo aver spiegato per anni la Parola, gli veniva chiesto di viverla senza dire niente.

A un ragazzo che gli avesse confidato di voler diventare prete avrebbe dato un consiglio semplice come lui: pregare, studiare, voler bene al prossimo. E quando gli chiesero perché i giovani scelgano sempre meno questa strada, non se la prese con i tempi né con i ragazzi. Si mise dalla parte di chi deve farsi un esame di coscienza. Forse, disse, siamo noi a non far incontrare loro dei veri testimoni del Vangelo, gente capace di volersi bene come Cristo ha voluto bene a noi.

Chi ha conosciuto don Paolo Iovino sa di averne incontrato uno. Lo sanno i preti che sono stati suoi studenti, i ragazzi di allora con il fazzoletto scout al collo, la gente di Alia che lo ha visto bambino e quella di Cefalù che lo ha visto diventare prete. Oggi lo salutano tutti con un grazie. Il nome che un vescovo gli consegnò in un giorno di aprile del 1962 don Paolo lo ha portato con sé fino all’ultimo respiro.

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