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Sabato 24 ottobre 2026
Cefalù

Non basta portare fiori a Capaci: la lezione del sindaco di Termini Imerese a chi ricorda i martiri solo nelle cerimonie

11 ottobre · Redazione

“Ho preso una decisione”. Comincia così, con quattro parole asciutte, il messaggio che il sindaco di Termini Imerese ha consegnato alla sua città. Nessun annuncio di opere pubbliche, nessun taglio di nastro. Solo una frase che di solito si pronuncia quando si è rimasti svegli a pensarci, e quando si sa già che a qualcuno non piacerà.

Che cosa può aver deciso un sindaco, in un pomeriggio qualunque di ottobre, di tanto pesante da doverlo spiegare parola per parola ai suoi concittadini? E perché quelle parole, nel giro di poche ore, hanno fatto venire un nodo alla gola a tanti siciliani che a Termini non hanno mai messo piede?

Per capirlo bisogna partire da una festa. Una di quelle feste di quartiere che tutti noi conosciamo: il Santo, le luci, la banda, il palco in piazza, le famiglie che aspettano quella sera da un anno. A Termini Imerese si preparavano i festeggiamenti in onore di San Daniele. Gli organizzatori avevano presentato il programma e, come accade in ogni comune, lo avevano portato in municipio per l’autorizzazione. Una firma, di solito. Una pratica tra le tante.

Stavolta però qualcuno quel programma lo ha letto davvero. E si è fermato su un nome.

Il nome che non poteva passare

Tra gli artisti proposti c’era un cantante. Uno che in televisione, davanti alle telecamere, ha raccontato con il sorriso di quando andava a cantare a Palermo nelle feste private, sui terrazzi, e lì trovava riuniti i capi di Cosa nostra. Ha raccontato che, quando arrivava lui e cominciava a cantare, quelli “impazzivano”. Ha parlato del suo legame con un noto clan romano: affetto, stima, bracciali e orologi ricevuti in regalo. E si è definito, testualmente, artista “di queste persone”.

Proviamo a immaginare quei terrazzi. La musica, gli applausi, i bicchieri alzati. E proviamo a ricordare che cosa accadeva, in quegli stessi anni, nelle strade sotto quei terrazzi. Chi applaudiva lassù è lo stesso che ha riempito questa terra di lapidi.

A questo punto il sindaco di Termini Imerese aveva davanti due strade. La prima era la più comoda: firmare. Il programma l’avevano scelto altri, era solo una serata di musica, la gente voleva la festa. Nessuno avrebbe detto nulla. La seconda significava fermare tutto, scontentare un quartiere, prendersi le proteste e forse perdere dei voti.

Ha scelto la seconda. I festeggiamenti non sono stati autorizzati.

“Noi siamo la Sicilia di Falcone e Borsellino”

Ma è il modo in cui lo ha spiegato che resta addosso. Nessun insulto, nessun processo alla persona: il cantante è libero di definirsi come crede, ha scritto, così come chi rappresenta una città è libero di non darle in prestito il proprio nome. E poi quelle righe, scandite una dopo l’altra come si scandisce un giuramento: noi non siamo la Sicilia dei boss. Noi siamo la Sicilia di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Rosario Livatino, don Pino Puglisi, e di tutti gli uomini e le donne che hanno dato la vita per contrastare la mafia.

Leggetele lentamente. Un giudice saltato in aria con la moglie e la scorta. Un altro ucciso sotto casa della madre. Un ragazzo di trent’anni fatto a pezzi sui binari. Un magistrato inseguito e finito in una scarpata. Un prete che al suo assassino ha sorriso. Sono loro la Sicilia che il sindaco di Termini Imerese ha scelto di rappresentare, e per restare fedele a loro ha rinunciato a una serata di applausi.

Il 23 maggio e il 19 luglio siamo tutti bravi. Le fasce tricolori, le corone, il silenzio. Ma i fiori appassiscono in tre giorni, e la memoria si misura dopo, quando ricordare costa qualcosa. Lo ha scritto proprio così: non avrebbe senso commemorare Falcone e Borsellino e poi rinunciare, nelle scelte di ogni giorno, a difendere i valori per i quali sono morti. La legalità, per essere credibile, deve avere il coraggio delle scelte.

San Daniele, sia chiaro, non ha perso nulla. La festa potrà tornare con un programma diverso, e sarà una festa più pulita.

E negli altri comuni?

Resta una domanda, ed è quella che fa più male. Quante feste patronali si organizzano ogni anno tra la costa e le Madonie? Quanti programmi passano sulle scrivanie dei municipi e ricevono il patrocinio senza che nessuno li legga? Quante volte qualcuno ha visto un nome, ha capito, e ha preferito non vedere e non sentire, perché il silenzio non crea mai problemi?

Il sindaco di Termini Imerese non ha usato poteri speciali. Ha letto un foglio, si è informato e ha detto no. Può farlo chiunque indossi una fascia tricolore, domani mattina, nel proprio ufficio.

Chi è morto per questa terra non ci ha chiesto fiori. Ci ha chiesto di scegliere, ogni giorno, da che parte stare. A Termini Imerese, davanti al programma di una festa, qualcuno lo ha fatto. La prossima volta che vedremo un sindaco deporre una corona a Capaci, sapremo quale domanda fargli.

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