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Sabato 24 ottobre 2026
Cefalù

La nuova tangentopoli siciliana: corruzione nei palazzi del potere e sindaci e presidenti che nessuno può più fermare

12 ottobre · Redazione

Trent’anni fa l’Italia scopriva Tangentopoli e giurava che non sarebbe più successo. In Sicilia, invece, sta succedendo di nuovo. Non con un’unica grande inchiesta che fa crollare un sistema in pochi mesi, ma con un’indagine dopo l’altra, un avviso di garanzia dopo l’altro, un’intercettazione dopo l’altra. Messe in fila, raccontano una nuova tangentopoli siciliana che attraversa quasi tutti i luoghi in cui si dovrebbe amministrare la cosa pubblica.

Nessun palazzo è rimasto fuori

Negli ultimi quattro anni le procure hanno bussato alle porte dell’Assemblea regionale, del governo della Regione, degli assessorati, delle direzioni generali, delle aziende sanitarie, delle commissioni tecniche che decidono su progetti e autorizzazioni. Le ipotesi di reato si somigliano tutte: pressioni indebite, favori in cambio di voti, incarichi e consulenze assegnati agli amici, contributi pubblici distribuiti con criteri che con il merito hanno poco a che fare. In alcuni casi si è arrivati ai processi, in altri si è ancora alle indagini, ma il quadro che emerge è quello di un modo di governare, non di qualche mela marcia.

La sanità è il settore che preoccupa di più, perché è lì che la Regione spende la parte più grande del suo bilancio ed è lì che ogni euro sottratto si traduce in una lista d’attesa più lunga, in un pronto soccorso più affollato, in un reparto che chiude. Ma il problema non si ferma a Palermo. Nei comuni, grandi e piccoli, si ripete lo stesso schema: l’appalto pilotato, l’assunzione dell’amico, la pratica che corre veloce per chi ha la tessera giusta e resta ferma per tutti gli altri.

La risposta della politica è stata quella di sempre. Nessuno si dimette, nessuno fa un passo indietro. Si approva un disegno di legge sulla trasparenza, si promette un registro dei portatori di interessi, si annuncia che la Regione diventerà la più trasparente d’Italia. La commissione Antimafia dell’Assemblea ha avviato un’indagine conoscitiva per capire come sia stato possibile che i controlli interni non abbiano visto nulla. Domande giuste, che però arrivano quando il danno è già fatto.

L’elezione diretta che doveva liberare e invece ha blindato

C’è una ragione se la nuova tangentopoli siciliana è diversa da quella degli anni Novanta. Allora i partiti caddero e con loro caddero i governi. Oggi questo non accade, perché le regole sono cambiate. All’inizio degli anni Novanta la Sicilia introdusse l’elezione diretta dei sindaci, e dal 2001 anche quella del presidente della Regione. L’idea era nobile: togliere il potere alle segreterie di partito e restituirlo ai cittadini, dare stabilità alle amministrazioni, mettere fine ai governi che cadevano ogni sei mesi.

Il risultato, a distanza di oltre trent’anni, è stato l’opposto di quello sperato. L’elezione diretta ha creato figure che, una volta eletti, sono praticamente intoccabili. Per mandare a casa un sindaco serve una mozione di sfiducia votata da una maggioranza qualificata del consiglio comunale, e se passa decadono anche i consiglieri che l’hanno votata. Per il presidente della Regione vale lo stesso principio: se cade lui, si torna tutti al voto, deputati compresi. Nessun consigliere e nessun deputato ha interesse a perdere la propria poltrona per far cadere chi governa male. Così il potere di controllo delle assemblee elettive si è svuotato, e chi siede sulla poltrona più alta sa che può restarci fino all’ultimo giorno del mandato, qualunque cosa accada.

Senza un contrappeso reale, il potere si chiude su se stesso. Il sindaco e il presidente scelgono assessori, dirigenti, consulenti, vertici delle società partecipate. Rispondono a chi li ha portati alla vittoria, non a chi li dovrebbe controllare. E chi li ha portati alla vittoria, troppo spesso, non è il cittadino che chiede servizi, ma la rete di amici, sostenitori e portatori di voti che chiede di essere ricompensata. Si amministra per loro, non per la comunità.

Il conto lo paga la Sicilia

La nuova tangentopoli siciliana non è solo una questione giudiziaria. È una questione di futuro. Ogni appalto truccato è una strada fatta male o mai finita. Ogni assunzione per amicizia è un posto tolto a un giovane preparato che, alla fine, prende un aereo per Milano o per l’estero. Ogni contributo assegnato al cliente di turno è un’impresa onesta che non riceve nulla. È così che la Sicilia continua a perdere abitanti, giovani e speranze, mentre chi la governa continua a dire che va tutto bene.

Non basteranno un registro dei lobbisti o un’agenda pubblicata online per cambiare le cose. Serve rimettere al centro un’idea semplice, quella per cui chi amministra la cosa pubblica lo fa per tutti e non per pochi, e serve ripensare regole che hanno trasformato i sindaci e il presidente della Regione in figure senza contrappesi. Finché questo non accadrà, la tangentopoli siciliana non sarà un incidente, ma il modo normale di governare un’isola che meriterebbe molto di più.

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