Faro di Cefalù, l’angolo più autentico della città che il turismo di massa non ha ancora travolto
C’è una Cefalù che non compare nelle cartoline più vendute e che pochi visitatori raggiungono. È quella che si apre oltre le ultime case del centro storico, lungo la costa rocciosa che guarda a ponente. Lì, bianco contro il verde della macchia e l’azzurro del Tirreno, si alza il Faro di Cefalù. Da più di un secolo segna la rotta a chi naviga lungo la costa settentrionale della Sicilia e, senza fare rumore, custodisce la parte più vera della città.
Mentre il lungomare e le vie attorno al Duomo si riempiono ogni giorno di gruppi organizzati, comitive e file davanti ai negozi di souvenir, la zona del Faro di Cefalù resta un luogo di silenzio. Qui si sente ancora il rumore del mare sugli scogli, l’odore della salsedine mescolato a quello del finocchietto selvatico e dei pini. È la Cefalù che i cefaludesi conoscono da sempre e che rischia di essere l’ultima a non essere stata trasformata in vetrina.
Una luce che ha visto passare generazioni
Il faro non è soltanto una struttura per la navigazione. È un testimone. Ha visto le barche dei pescatori uscire prima dell’alba e rientrare con le reti piene o vuote, a seconda di come aveva deciso il mare. Ha visto uomini che conoscevano ogni secca, ogni corrente, ogni cambio di vento, e che di quel sapere vivevano. Erano loro l’anima di Cefalù, molto prima che la città diventasse una meta turistica.
Oggi quella Cefalù dei pescatori è quasi scomparsa dalla memoria collettiva. Le loro storie non si raccontano più, i loro nomi non li ricorda quasi nessuno, i mestieri del mare sono stati messi da parte come qualcosa di vecchio. Eppure è da lì che la città è nata. Il faro, dalla sua altura, continua a guardare quel tratto di mare come se aspettasse ancora il ritorno delle barche.
Il Faro di Cefalù è anche la prima immagine di casa per tanti cefaludesi che sono partiti. Chi è emigrato per lavoro, in Italia o all’estero, racconta spesso la stessa emozione: quando torna e vede comparire quella torre bianca sulla costa, capisce di essere arrivato. Non serve vedere il Duomo o la Rocca. Basta quella luce per sentire che il viaggio è finito e che si è di nuovo a casa.
La parte meno visitata, ma la più originale
Il paradosso è evidente. La zona del faro è una delle più belle di Cefalù, eppure resta ai margini dei percorsi turistici. Forse è proprio questa la sua fortuna. Qui non ci sono tavolini che invadono i marciapiedi, né insegne che coprono le facciate, né il via vai continuo che ormai caratterizza il centro nei mesi estivi. Ci sono gli scogli, le vecchie mura, le case semplici, la vegetazione spontanea che scende verso l’acqua.
Negli ultimi anni il turismo a Cefalù è cresciuto in modo enorme, ma non sempre ha portato benefici alla comunità. In molte zone si è trasformato in una vera e propria invasione: case svuotate dei residenti e trasformate in alloggi per vacanze, vie dove si fatica a camminare, servizi pensati più per chi arriva che per chi ci vive. Il risultato è una città che rischia di perdere la propria identità, di diventare uno sfondo da fotografare e nient’altro.
L’area del Faro di Cefalù racconta invece un’altra possibilità. Dimostra che esiste ancora una Cefalù non contaminata del tutto, dove si può passeggiare senza fretta, sedersi su uno scoglio a guardare l’orizzonte, incontrare qualche anziano che conosce ancora i nomi dei venti. È un patrimonio fragile, che va difeso prima che venga consumato come è successo altrove.
Il faro e il porto rimasto a metà
Dalla sua posizione il faro vigila anche sul porto di Cefalù, un’opera che racconta bene la storia di un’occasione mancata. Il porto fu voluto con decisione dal sindaco Giardina, che aveva capito quanto un approdo moderno potesse cambiare il futuro della città: lavoro per il mare, collegamenti, un turismo nautico capace di portare ricchezza senza stravolgere il centro storico.
Quella visione, però, non è mai stata portata a termine. Le amministrazioni che si sono succedute alla guida del Comune non sono riuscite a completare l’opera. Il porto è rimasto un’infrastruttura incompiuta, con potenzialità che restano sulla carta mentre altre località della costa siciliana hanno saputo investire e crescere. Il Faro di Cefalù continua a illuminare un progetto che aspetta ancora di essere finito.
Forse proprio da qui, dalla parte più autentica e meno visitata della città, si potrebbe ripartire. Ridare valore al mare, ai pescatori e alla loro memoria, completare il porto con la stessa lungimiranza di chi lo aveva immaginato, e proteggere quest’angolo di Cefalù dal saccheggio che ha già cambiato il volto di tante altre zone. Il faro resta lì, come ha sempre fatto, a indicare la rotta. Sta alla città decidere se seguirla.



