Porta Pescara a Cefalù, simbolo di una città che rischia di diventare una scenografia per turisti
Al tramonto, quando il cielo si accende di arancione e le montagne della costa diventano sagome scure sull’orizzonte, l’arco di Porta Pescara a Cefalù incornicia uno dei paesaggi più fotografati della Sicilia. Il vecchio molo si allunga sull’acqua, qualcuno passeggia, qualcun altro si siede sulle panchine ad aspettare che il sole scompaia nel mare. È un’immagine che fa il giro del mondo sui social. Ma dietro quella cartolina c’è una domanda che i cefaludesi si pongono sempre più spesso: la loro città è ancora un luogo dove vivere, o sta diventando soltanto un fondale da ammirare?
Porta Pescara a Cefalù è l’unica superstite delle quattro porte che un tempo si aprivano nelle mura cittadine. Porta Terra, Porta Ossuna e Porta Giudecca non ci sono più, cancellate dal tempo e dalle trasformazioni urbane. Questa invece è rimasta in piedi, ed è forse la più significativa di tutte, perché era il passaggio verso il mare. Da qui uscivano le barche, da qui si scaricava il pesce, da qui si partiva e si tornava. Era una porta di lavoro, non di passeggio.
Quando la bellezza diventa solo uno sfondo
Oggi quella stessa porta è diventata una delle tappe obbligate per chi visita il centro storico. Non c’è nulla di male, anzi: è giusto che la bellezza di Cefalù venga conosciuta e apprezzata. Il problema nasce quando il rapporto con i luoghi cambia natura. Quando la gente non attraversa più una porta per andare da qualche parte, ma solo per scattare una foto e tornare indietro. Quando una strada non è più un pezzo di vita quotidiana, ma un corridoio tra un negozio e un locale.
È questo il rischio che corre Cefalù: trasformarsi in una scenografia. Un posto bellissimo da guardare, ma sempre meno abitato. Le case del centro storico, una dopo l’altra, smettono di essere case e diventano alloggi per vacanze. Le famiglie si spostano altrove, perché vivere tra vicoli rumorosi, senza parcheggi e con servizi in affanno diventa faticoso. Le botteghe di quartiere lasciano il posto ad attività pensate per chi resta tre giorni. E pian piano, senza che nessuno lo decida davvero, la città si svuota di chi la tiene viva.
Una scenografia ha le facciate, ma dietro non c’è nessuno. È esattamente ciò che succede quando un centro storico perde i suoi residenti. Restano le pietre, i monumenti, i panorami. Manca la vita: i bambini che giocano, gli anziani che si fermano a chiacchierare, le finestre accese la sera d’inverno, le voci che si chiamano da un balcone all’altro.
La vita quotidiana di chi resta
Chi abita a Cefalù tutto l’anno conosce bene il prezzo di questa trasformazione. Nei mesi di maggiore affluenza trovare un posto per l’auto diventa un’impresa. Spostarsi per una visita medica, per accompagnare un genitore anziano o semplicemente per fare la spesa richiede tempo e pazienza. L’acqua, che dovrebbe essere garantita sempre, in alcuni periodi diventa una preoccupazione. Il rumore si prolunga fino a tarda notte e il riposo diventa un lusso.
Poi ci sono gli spazi pubblici. Piazze e marciapiedi occupati da tavolini e sedie, passaggi ridotti, angoli dove fermarsi senza consumare qualcosa che diventano sempre più rari. Per una persona con disabilità o per una mamma con il passeggino, certe vie del centro diventano percorsi a ostacoli. Non si tratta di essere contro i ristoranti o i bar, che danno lavoro e sono parte dell’economia cittadina. Si tratta di ritrovare un equilibrio che negli ultimi anni sembra essersi perso.
Il turismo resta una risorsa preziosa. Ha portato lavoro, ha fatto conoscere Cefalù nel mondo, ha permesso a tante famiglie di costruirsi un futuro. Ma una risorsa va gestita, altrimenti finisce per consumare ciò su cui si regge. E ciò su cui si regge il fascino di Cefalù è proprio la sua autenticità, il fatto di essere una città vera e non un parco a tema.
Cosa può insegnarci una porta sul mare
Porta Pescara a Cefalù ha attraversato i secoli perché aveva una funzione. Serviva alla comunità. Era il punto in cui la città incontrava il mare e il mare dava da vivere alla città. Forse è da questo significato che bisognerebbe ripartire: chiedersi a cosa servono oggi le strade, le piazze, le case del centro storico, e per chi.
Servirebbero scelte precise. Regole chiare sull’occupazione del suolo pubblico, parcheggi pensati per i residenti, un sistema idrico all’altezza dei picchi estivi, controlli sul rumore, misure che aiutino le famiglie a restare nel centro storico invece di lasciarlo. Ma servirebbe anche un cambio di mentalità: misurare il successo turistico non solo con il numero degli arrivi, ma anche con la qualità della vita di chi a Cefalù ci abita.
Un visitatore che arriva in una città viva ha un’esperienza molto più autentica di chi si ritrova in un luogo svuotato e allestito per lui. Proteggere i residenti, quindi, non significa chiudersi al turismo. Significa difendere proprio ciò che rende Cefalù diversa da tante altre località.
La prossima volta che qualcuno si fermerà sotto Porta Pescara a Cefalù per fotografare il tramonto, vale la pena ricordare che quell’arco non è nato per fare da cornice. È nato per far passare la vita di una comunità. Tenere aperta quella porta, oggi, significa fare in modo che dall’altra parte ci sia ancora una città abitata, e non soltanto un bel panorama.



