Piazza Duomo Cefalù, il salotto che i cefaludesi non riconoscono più
C’è stato un tempo in cui per dire “ci vediamo” a Cefalù non serviva aggiungere altro. Il posto era sottinteso: Piazza Duomo. Lì si arrivava la sera dopo il lavoro, la domenica dopo la messa, d’estate quando il caldo finalmente concedeva una tregua. Lì si incontravano gli amici, si combinavano fidanzamenti, si discuteva di politica e di pesca, si guardavano i bambini correre attorno alle palme mentre i nonni occupavano le panchine come fossero loro da sempre. Piazza Duomo Cefalù era il salotto della città, e come ogni salotto era prima di tutto di chi ci abitava.
Oggi chi vive a Cefalù tutto l’anno fa sempre più fatica a riconoscerla. La piazza è ancora lì, bella come sempre, con la Cattedrale normanna che la domina dall’alto della sua scalinata e la Rocca che fa da quinta alle torri. Ma la vita che la attraversa è cambiata. E non in meglio per chi a Cefalù ci è nato.
Una piazza nata attorno a una cattedrale
Per capire che cosa si sta perdendo bisogna ricordare che cosa è stata Piazza Duomo Cefalù. La piazza nasce e cresce attorno alla Cattedrale voluta da Ruggero II a partire dal 1131, uno dei monumenti più importanti del Medioevo europeo, oggi parte del sito Unesco dell’itinerario arabo-normanno. Attorno a quel cantiere enorme si è organizzata per secoli la vita della città: il potere religioso nel Palazzo Vescovile, quello civile nel palazzo che oggi ospita il Comune, ricavato dall’antico monastero di Santa Caterina, le case dei notabili, le botteghe, i portoni da cui si affacciavano famiglie che si conoscevano tutte per nome.
Per generazioni la piazza ha fatto da scenario a tutto ciò che contava. Le processioni, le feste del Santissimo Salvatore, i comizi, le partenze e i ritorni degli emigrati, le foto dei matrimoni sulla scalinata. Era un luogo dove la storia grande e quella piccola delle famiglie si toccavano ogni giorno. Chi passava di lì sapeva che cosa stava calpestando, perché glielo avevano raccontato i genitori, e ai genitori i nonni.
Da luogo d’incontro a luogo di passaggio
Negli ultimi anni Piazza Duomo Cefalù si è trasformata. I tavolini hanno occupato gran parte dello spazio, gli ombrelloni hanno preso il posto delle panchine come punto di riferimento, il flusso dei visitatori è diventato continuo da Pasqua fino all’autunno inoltrato. Gruppi che arrivano con i pullman, comitive guidate da un ombrello alzato, turisti di un giorno che salgono dal lungomare, scattano una foto alla facciata, si siedono per uno spritz e ripartono.
Non è una colpa di chi arriva. Il turismo è una risorsa per Cefalù, dà lavoro a tante famiglie e ha fatto conoscere la città nel mondo. Il problema è un altro: la piazza ha smesso di essere un luogo da vivere ed è diventata un luogo da consumare. E una piazza consumata in fretta non restituisce niente né a chi la visita né a chi la abita.
Il visitatore che arriva per poche ore si immerge in una confusione di voci, menù plastificati e camerieri che invitano a sedersi. Si trova davanti a una delle cattedrali più straordinarie del Mediterraneo, ma spesso riparte senza sapere chi l’ha costruita, perché è lì, che cosa custodisce all’interno. Ha visto Piazza Duomo Cefalù, ma non l’ha capita. Ha assaggiato la cartolina, non il luogo.
Stranieri a casa propria
Dall’altra parte c’è chi a Cefalù vive dodici mesi all’anno. Per molti residenti la piazza è diventata un posto da evitare, soprattutto nei mesi caldi. Non c’è più un angolo dove sedersi senza consumare, non c’è più il silenzio della sera, non c’è più la certezza di incontrare un volto conosciuto. Gli anziani che un tempo la frequentavano ogni giorno hanno trovato altri rifugi, i ragazzi si danno appuntamento altrove, le famiglie scendono in piazza solo per le feste religiose, quando per qualche ora la città sembra riprendersi ciò che è suo.
È una sensazione difficile da spiegare a chi non è di qui: sentirsi ospiti nel cuore del proprio paese. Camminare in Piazza Duomo Cefalù e non riconoscere più nessuno, non avere più un posto dove fermarsi, sentirsi di troppo in uno spazio che per secoli è stato di tutti. Il risultato è che il residente si allontana, e una piazza senza residenti perde l’anima che la rendeva unica, quella che il turista stesso, senza saperlo, era venuto a cercare.
Che cosa si può ancora salvare
Restituire la piazza ai cefaludesi non significa chiuderla ai visitatori. Significa ritrovare un equilibrio. Spazi liberi dove sedersi senza dover ordinare qualcosa, regole chiare e rispettate sull’occupazione del suolo pubblico, momenti dell’anno pensati per la comunità e non solo per il mercato, iniziative che raccontino la storia del luogo a chi arriva, perché un turista che capisce dove si trova rispetta di più e torna più volentieri.
Piazza Duomo è il biglietto da visita di Cefalù, ma prima ancora è la memoria collettiva di una città. Se i cefaludesi smettono di viverla, quel biglietto da visita resterà bellissimo nelle foto e vuoto nella realtà. La sfida dei prossimi anni è tutta qui: fare in modo che la piazza delle generazioni non diventi soltanto la piazza del passaggio.



